La musica classica piace ai “villain”
Un libro di Carlo Fiore offre una sapida indagine sull’uso del repertorio classico nelle colonne sonore cinematografiche
20 settembre 2026 • 5 minuti di lettura
In un’indagine che combina musica classica, cinema, serie TV e immaginario collettivo, questo libro di Carlo Fiore dal titolo La musica dei cattivi. Classica e colonne sonore (Neri Pozza Editore, 2026, pp. 160, € 20,00) parte da uno stereotipo così diffuso da sembrare scontato, vale a dire quando in un film o in una produzione TV si sentono brani di Bach, Beethoven et similia – per non parlare dell’opera – lo spettatore è spesso indotto ad attendersi qualcosa di oscuro. Un assassino, un serial killer, un mafioso, uno scienziato folle, o ancora un megalomane o un vampiro – insomma, un “villain” nel codice hollywoodiano – ascolta musica classica, frequenta il teatro d’opera o suona uno strumento con inquietante perizia? Bene, il messaggio arriva immediato: quella raffinatezza non indica cultura, sensibilità o elevazione spirituale, ma distanza dall’umano, freddezza, dominio, minaccia.
Carlo Fiore – musicologo, critico musicale, art director e docente di Storia della musica al Conservatorio di Palermo – affronta questo automatismo con lo sguardo di chi conosce tanto la tradizione musicale quanto i meccanismi della narrazione audiovisiva. Il risultato è una ricognizione ampia ma compatta, articolata lungo un filo conduttore ricco di rimandi e originale nella concezione di fondo, capace di trasformare un’intuizione comune in un problema culturale preciso. Il libro mostra come l’associazione fra musica classica e il “male” non sia solo un dettaglio legato a una sorta di generico commento sonoro di una sequenza di immagini, bensì rappresenti un vero codice drammaturgico, sedimentato dagli albori del cinema fino alle serie contemporanee.
Come annota, per esempio, l’autore nel capitolo “Il silenzio degli innocenti compositori”, «nella serie Nbc Hannibal (2013-2015) ideata da Bryan Fullet, il Dr. Lecter, interpretato da Mads Mikkelsen, lo incontriamo per la prima volta (S1/E1, Apéritif) mentre mangia un manicaretto a base di carne e di Aria delle “Goldberg”: non si tratta di carne umana ma il montaggio – volutamente? – mutila il brano privandolo di alcune battute, per adattarlo alle riprese oppure per far capire ai non molti spettatori che conoscono a memoria il brano che quell’Hannibal è proprio lui, di Dr. Lecter che tutti gli amanti del thriller conoscono».
Da M di Fritz Lang, in cui l’assassino di bambini entra in scena fischiettando Grieg, alle produzioni seriali d’antan – come La famiglia Addams della serie televisiva degli anni Sessanta – fino agli anni Duemila, dove le Variazioni Goldberg o i Carmina Burana diventano segnali di tensione, Fiore segue il proliferare di un luogo comune che ha saputo adattarsi ai generi, ai pubblici e alle epoche. Un percorso, quello offerto da queste pagine, capace di evitare la semplice collezione di esempi, offrendo al contempo una mappa ampia e immediatamente decifrabile di casi cinematografici e televisivi conosciuti e riconoscibili, dai criminali melomani ai vampiri aristocratici, dai boss affascinati dall’opera ai personaggi che trasformano lo strumento musicale in un’estensione della propria ambiguità morale.
La musica d’arte diventa così il segno di una cultura percepita come elitaria e quindi sospetta. L’intelligenza raffinata si trasforma in perversione, la sensibilità estetica in disumanità, la disciplina dell’ascolto in controllo delle emozioni. L’autore individua in questa dinamica una stratificazione di pregiudizi, a partire dalla diffidenza verso il genio deviato, passando per la tradizione gotica del raffinato predatore, arrivando al sospetto borghese nei confronti dell’arte e a un certo populismo hollywoodiano che associa l’opera lirica a figure di potere criminale e mafioso. In questo senso, il capitolo dedicato alla “Mafia dei melomani” risulta tra i più immediatamente decifrabili, perché mostra come la musica possa diventare un segno sociale prima che estetico: non più esperienza di ascolto, ma status symbol, maschera di prestigio, ornamento di una violenza che si vuole “colta”.
In questa prospettiva, anche il variegato mondo dei personaggi e dei supereroi DC Comics non rimane indenne da questa sorta di attrazione fatale esercitata dall’opera lirica: «Il piccolo Bruce Wayne, in Batman Begins (2005, regia di Christopher Nolan), assiste in teatro al Mefistofele di Arrigo Boito: è un bambino volenteroso e tenace, infatti siamo già al secondo atto, seconda scena: Mefistofele ha appena finito di esclamare “Riddiamo! Riddiamo” Che il mondo è caduto!”; ma sul palcoscenico ci sono anche figuranti vestiti da pipistrello e lui ne ha paura, chiede quindi di essere portato via […]».
Altrettanto significativo è lo spazio riservato ai vampiri, creature che dalla tradizione folklorica e letteraria approdano al cinema portando con loro eleganza, eternità e predazione. Qui la musica classica appare quasi come habitat naturale del mostro aristocratico, lo spazio sonoro in cui seduzione e minaccia si confondono, fino a diventare espressione di un fascino trasversale e ambiguo. «Prima di venire preso universalmente per “buono”, il vampiro deve anche rifarsi il look, operazione alla quale provvede più di altri il film Interview with the Vampire (1994, regia di Neil Jordan), interpretato da alcune superstar maschili all’apice della loro bellezza giovanile: Tom Cruise e Brad Pit protagonisti, Antolio Banderas e Christian Slater comprimari insieme a Kristien Dunst ancora bambina ma già capace di dar vita a un mostro di crudeltà».
L’autore – in una sorta di operazione-riequilibrio – non dimentica le eccezioni, raccolte nel capitolo conclusivo titolato “La musica dei buoni”. Qui il violino di Sherlock Holmes o il violoncello di Mercoledì Addams dimostrano come la musica classica possa ancora funzionare quale strumento di identità, intelligenza e interiorità, senza essere ridotta a presagio di violenza. «Nella serie Sherlock (2010-1017) di Max Gatiss e Steven Moffat con Benedict Cumberbatch nel ruolo di protagonista, il Dr. Moriarty (S2/E3, The Reichenbach Fall) appare nella Torre di Londra al suono dell’Ouverture dalla Gazza ladra di Rossini e Sherlock studia le contromisure mettendosi al violino con pezzi dalla Sonata n. 1 BWV 1001 di Bach».
Fiore indaga la produzione audiovisiva come dispositivo capace di plasmare il modo in cui intere generazioni hanno imparato ad ascoltare, usando le colonne sonore come strumento di decodifica sociologico-musicale di meccanismi indotti di educazione di vista e udito, riflettendo su come i media modellino abitudini percettive e gerarchie simboliche. Il volume invita appassionati di musica classica e amanti del cinema a riflettere sul rapporto fra cultura e consumo popolare, liberando la stessa musica classica dal ruolo di colonna sonora del male, riconoscendole una potenzialità drammatica che porta in sé una gamma espressiva molto più ampia, fino a invitare implicitamente a un ascolto – o riascolto – senza pregiudizi, recuperando la bellezza, l’ironia, la profondità della “classica”, compresa la sua capacità di abitare l’intera esperienza umana, non soltanto il suo lato oscuro.