Il cantautore del futuro

Torna Justin Vernon, in arte Bon Iver, e dà i numeri

Articolo
pop

Bon Iver
22, a Million
Jagjaguwar

Al terzo atto discografico della carriera intestata allo pseudonimo francofono – trascrizione erronea dell’espressione "bon hiver" – con cui è divenuto celebre, Justin Vernon rivoluziona l’habitat sonoro nel quale albergano le sue canzoni.
Lontano sia dall’intimismo acustico dell’esordio (For Emma, Forever Ago, nel 2007) sia dagli arrangiamenti complessi – ma pur sempre fondati su strumenti “veri” – del successivo Bon Iver, Bon Iver (che nel 2012 gli valse un doppio Grammy Award), il nuovo lavoro è immerso in una contemporaneità proiettata verso il futuro.

Abbozzati in origine su un sintetizzatore portatile, i dieci brani della raccolta ostentano un’identità essenzialmente elettronica, dove la stessa voce del protagonista – filtrata dal vocoder – assume forme in qualche modo “aliene”. L’estro elusivo del trentacinquenne artista del Wisconsin, personaggio dal temperamento introverso e refrattario alla ribalta pop, finisce così per misurarsi con alcuni canoni oggigiorno vigenti: dall’R&B mutante di Frank Ocean (senza sottovalutare – rimanendo nell’ambito della black music – l’influsso esercitato dalla collaborazione con Kanye West, suo estimatore entusiasta) al soul da “viso pallido” di James Blake (con il quale a sua volta ha intessuto una partnership estemporanea). Cantautore avvenirista, perciò. E programmaticamente enigmatico, come testimoniano i titoli sibillini dei singoli episodi, da cui trapela il suo interesse per la numerologia, al pari dei testi, non più linearmente autobiografici, bensì votati a una sorta di laconico impressionismo. Ad esempio: “Mi sono innamorato/ho sentito dire”, nell’eterea “666 ʇ”.



Tuttavia Bon Iver sa essere epico e lirico, in “8 (circle)”, per quanto offra il meglio di sé affrontando le basse maree dello spleen, in “33 ‘GOD’” o – su tonalità gospel – “715 – CR∑∑KS”. E quando si riavvicina a ciò che era, con voce non trattata e persino un pizzicare di banjo, in coda a “____45_____”, riesce comunque a guardare avanti. L’opera è evidentemente ambiziosa, ancorché concisa (nell’insieme, poco oltre i 34 minuti), e merita dunque attenzione. La si ascolti allora “in un posto dove magari possiate sentirvi soli, o durante una pausa di riflessione”, come egli stesso suggerisce.

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