Gli alti e bassi dei Baustelle

Un disco nuovo fatto di amore e violenza, sulla scia di Franco Battiato

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Baustelle L’amore e la violenza Warner Music

Valgono i titoli di alcune canzoni: “Amanda Lear” e “La musica sinfonica”, “Eurofestival” e “Il vangelo di Giovanni”. L’intenzione di mescolare alto e basso è trasparente nel tessuto narrativo che sostiene il settimo album dei Baustelle, anticipato in ottobre da “Lili Marleen”: brano reso disponibile gratuitamente in rete ma escluso dalla sequenza del disco, in cui il name dropping metteva in riga Prévert, Apollinaire, Houellebecq e Bowie, incastonati in un fosco scenario parigino popolato da invasori nazisti e terroristi dell’Isis.

Per più di un motivo, a cominciare appunto dall’alternanza disinvolta fra massimi sistemi e minuzie quotidiane, si staglia quale modello di riferimento Franco Battiato. Anche in chiave sonora, a maggior ragione se si considera che a mixare le tracce è stato chiamato Pino “Pinaxa” Pischetola, partner del Maestro nella recente avventura del Joe Patti’s Experimental Group. A tratti sembra di aver di fronte un equivalente contemporaneo de La voce del padrone: dall’andamento pop sciocchino di “Eurofestival” (dove Rachele Bastreghi disegna, cantando, un quadro geografico inquietante: “Dalla Turchia all’Albania, posti di blocco, posti di polizia”) all’aura ascetica che pervade “Il vangelo di Giovanni” (altri scorci d’attualità: “Profughi siriani costretti a vomitare”, insieme a “orde di stranieri dentro alle fontane”) sfociando in un ritornello a presa rapida in apparente contrasto con il proposito espresso nel testo: “Io non ho più voglia di ascoltare questa musica leggera”.

Il suono è marcatamente elettronico, a volte persino premeditatamente kitsch (“La musica sinfonica”), quando altrove allude in trasparenza agli anni Ottanta (più Gazebo che Garbo, rimanendo nei confini nazionali), ad esempio in “Amanda Lear” o “L’era dell’Acquario”. Fa capolino in quest’ultima addirittura il Messia (“pregando nel Getsemani”), evocato pure all’epilogo in “Ragazzina”: “Scendi dalle stelle, scendi Re del Cielo, vieni in questa grotta al freddo e al gelo, tra Gesù Bambino e l’Uomo Nero”. È il ritratto di una delle giovani creature, smarrite e intemperanti, che abitano l’album: per prima “Betty”, “bravissima a giocare con l’amore e la violenza” sulle cadenze di una ballata dal portamento mesto e solenne. Oppure i protagonisti di “Basso e batteria”: “Lei ti ha consumato come un disco dell’estate, ti ha guardato correre su spiagge bianche deturpate”, citando il Brondi delle Luci della Centrale Elettrica.

È un guizzo pop dei tanti che fanno palpitare L’amore e la violenza, per certi aspetti affine ad Amen, ma rispetto al predecessore ammiccante in modo ancora più sfacciato. Che a tale prerogativa corrisponda in termini poetici un’amara istantanea della realtà circostante costituisce la vera sfida artistica dell’opera: salire dal basso verso l’alto per poi lasciarsi precipitare, cercando di sopravvivere. Poiché “la vita è tragica, la vita è stupida, però è bellissima, essendo inutile” (“La vita”).

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