Giovanni Sollima dai Led Zeppelin a Beethoven

Intervista al versatile artista che da anni si muove nel mondo della musica con curiosità e originalità fra generi e forme differenti.

RI

28 luglio 2026 • 4 minuti di lettura

Giovanni Sollima (SHOBHA-copyright)
Giovanni Sollima (SHOBHA-copyright)

Nel panorama concertistico internazionale, il violoncellista Giovanni Sollima occupa una posizione del tutto originale. Al di là delle riconosciute, eccellenti doti da strumentista e al di là della sua lodevole creatività che ne ha fatto uno dei compositori italiani più eseguiti del nostro tempo, Sollima è un artista a tutto tondo, insofferente a qualsiasi “paletto”, curioso e aperto a ogni esperienza.

Il 31 luglio prossimo sarà ospite con la pianista Carlotta Maestrini del Festival Internazionale di Musica da Camera di Cervo e il programma prescelto (articolato in musiche proprie, di Beethoven, dei Led Zeppelin e dei S.O.A.D.) rispecchia esattamente questa sua attitudine a non precludersi alcuna strada musicale.

“Ci sono varie tipologie di musiche – spiega Sollima – quella eterna che dura nei secoli, quella del tipo “usa e getta” che tuttavia ha elementi di interesse e quella che percepiamo come componente delle nostre radici, quella popolare che mi affascina e continuo ad approfondire. La musica, insomma, è una pur nelle sue molteplici sfaccettature e mi piace affrontarla senza preconcetti. Una linea di basso dei Nirvana, del resto, può essere simile a una di Purcell e lì scatta la curiosità”.

-Suo padre, Eliodoro, era pianista, compositore e didatta. Come è arrivato al violoncello?

“Il violoncello era presente in casa mia prima ancora che nascessi. Il mio primo maestro suonava in duo con mio padre e quando ero piccolissimo stavo ad ascoltarli e mia madre mi ha raccontato che se smettevano per discutere magari della esecuzione di una battuta mi mettevo a piangere. Per me il suono del violoncello è quello della mia casa”.

-Lei suona violoncelli di preziosa liuteria, ma anche strumenti molto particolari. Recentemente ha utilizzato un violoncello colorato costruito con legni di barche di naufraghi e realizzato dai detenuti di un carcere milanese. E poi sono famose le sue interpretazioni con un violoncello di ghiaccio. Cosa la spinge a queste esperienze, la ricerca di un suono particolare o altro?

“Certamente mi incuriosisce cercare nuove sonorità e nuove potenzialità negli strumenti. Poi sin da giovane, in maniera del tutto riservata, pongo attenzione a quel che succede nel mondo, quello che chiamano “impegno civile”. In questa ottica quello strumento costruito con i legni dei barconi ha un significato profondo, ma anche il violoncello di ghiaccio ci ricorda la situazione drammatica del nostro pianeta…”

-Suonare il violoncello di ghiaccio entro una campana isolante non è facile: a che temperatura si deve esibire?

“Dipende dalla temperatura esterna. L’ultima volta in Spagna dentro la campana eravamo a meno 18 gradi. Bisogna allenarsi bene e suonare pezzi veloci per muovere le dita!”

-Come si colloca come compositore?

“Non mi colloco. Un grande violoncellista scomparso alcuni anni fa, Anner Bijlsma, sosteneva che incarnavo una tipologia di compositore ormai estinta da qualche secolo: quella del virtuoso compositore. Non ho alcune pretesa di confrontarmi con i grandi del passato. Posso dire che la mia formazione di esecutore e di compositore si è sviluppata in parallelo per cui scrivere mi è stato naturale da subito”.

Venendo al programma del concerto di Cervo Sollima e la Maestrini apriranno con “Kashmir” un brano che i Led Zeppelin pubblicarono nel 1975 nell’album Physical Graffiti.

Giovanni Sollima (foto Alberto Panzani)
Giovanni Sollima (foto Alberto Panzani)

Poi dopo la Sonata op. 5 n.2 per violoncello e pianoforte di Beethoven seguiranno tre lavori della famiglia Sollima fra i quali, la “Sonata 2050” ha una genesi alquanto curiosa: “Una decina d’anni fa l’Associazione “Musica insieme” di Bologna mi commissionò una composizione ispirata all’avanguardia storica: avanguardia storica mi pareva un ossimoro, ma mi venne in mente un’idea divertente. Articolai la composizione in tre movimenti e utilizzai per i primi due altrettanti frammenti tratti da composizioni incompiute di Beethoven e per il terzo cinque battute del Preludio BWV 998 per liuto di Bach che offrono la possibilità di modulare in più direzioni, abitando dunque uno spazio sonoro particolare che mi affascinava. Di qui il titolo che lega una forma classica, storica a una data posta nel futuro”. 

Infine “Chop Suey”, un brano del gruppo SOAD (System of a Down): “Il SOAD opera nel campo dell’alternative metal, ma ha spesso nei suoi brani una bella vena lirica. Un giorno con la pianista Carlotta Maestrini ci siamo accorti che entrambi avevamo questo brano nella nostra playlist dei preferiti. Lei ha 20 anni, io qualcuno di più. Abbiamo deciso di metterlo in programma sfidando il rischio di essere denunciati per plagio. Invece quando qualcuno ha messo la nostra esecuzione online ci sono arrivati i cuoricini da parte dei quattro musicisti statunitensi….”.