Edoardo Sanguineti 1930 - 2010

Roberto Iovino ricorda il rapporto del poeta con la musica

Articolo
classica
"Molti anni fa avevo dato come tesi ad una laureanda che oggi insegna negli Stati Uniti una ricerca sulla eroina nel melodramma dalla Traviata alla Bohéme. Come si può morire di tisi nell'opera. La morte di Violetta è un capolavoro, è davvero una tragedia, un'analisi straordinaria di realismo sociale. Affrontava un tema decisivo: l'unica che ama davvero è Traviata, una puttana di lusso.... Invece la morte di Mimì è un accidente. E' un semplice escamotage per chiudere il dramma. Allora la tisi era la soluzione più comune come in tempi più recenti può essere stato morire di cancro e oggi di Aids". Riflessioni sull'opera di Edoardo Sanguineti, tratte dall'ultimo libro che aveva in cantiere: un dialogo a due voci (io ero la seconda voce) sul teatro musicale. Sanguineti è scomparso all'improvviso il 18 maggio lasciando un vuoto incolmabile nella cultura non solo italiana. Poeta, traduttore, "librettista" (preferiva il ruolo di "paroliere"), revisore di testi teatrali, lessicomane, Sanguineti è stato uno degli intellettuali più eclettici e vitali nell'attuale panorama italiano, aperto ad ogni esperienza, curioso del mondo, impegnato politicamente perché, diceva, si è impegnati sempre, anche quando si parla di calcio. "La poesia - sosteneva - non è una cosa morta, ma vive una vita clandestina. Personalmente cerco di combattere la mitologia del poeta, l'idea di essere in possesso di virtù misteriose. Per me è naturalmente l'aspetto fondamentale del mio lavoro. Non posso dire che sia quello in cui riesco a dare il meglio di me: certamente è il campo in cui m'impegno maggiormente. D'altra parte non condivido l'idea del poeta puro, lavoro ad ampio raggio e mi piace farlo su commissione. Ho iniziato come molti scrivendo qualche poesia. Poi ho composto testi critici per mostre di amici pittori. A un certo momento ho sostituito l'articolo a versi e l'idea è piaciuta. L'occasione, dico sempre, fa l'uomo scrittore" Nipote del musicologo Luigi Cocchi, che a suo tempo aveva collaborato con Gramsci e Gobetti, Sanguineti ha coltivato tutta la vita una forte passione per la musica che lo ha visto librettista di molti artisti del nostro tempo e attento e curioso ascoltatore d'opera e di musica sinfonica. "Da bambino - ha raccontato - studiavo il pianoforte. Per motivi di salute ho dovuto abbandonare quello studio ma la musica mi è rimasta dentro. Da giovane vivevo a Torino e andavo regolarmente ai concerti della Rai: vidi dirigere Hindemith e Stravinskij, ascoltai Casella al pianoforte, seguii una interessante conferenza di Dallapiccola su Mozart e gli elementi predodecafonici del "Don Giovanni", in sala eravamo una ventina di persone. Poi, negli anni Sessanta, i primi contatti con i musicisti a partire da Berio per il quale composi nel 1960 "Passaggio". Arrivò anche Globokar e poi piano piano altri, come Fausto Razzi, Giacomo Manzoni, Andrea Liberovici, Aureliano Cattaneo. Ho un'idea servile della parola nei confronti della musica. Se un musicista tratta le mie parole in modo che siano riconoscibili, bene. Ma se le usa come pretesto e le riduce a singoli suoni non mi sento turbato".

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