Noto e Sakamoto nella casa di vetro

Una performance improvvisata di Ryuichi Sakamoto e Alva Noto nella Glass House dell'architetto Philip Johnson

Glass house, Noto-Sakamoto
Disco
oltre
Alva Noto & Ryuichi Sakamoto
Glass
Noton
2018

L’eco discografica della session improvvisata da Ryuichi Sakamoto e Alva Noto nel celebre edificio dell’architetto Philip Johnson.

Musica d’ambiente nel senso più pieno dell’espressione. Non si tratta infatti del semplice arredo sonoro di uno spazio, bensì del frutto di un lavoro in cui lo spazio stesso diviene strumento manipolabile da chi lo abita. È accaduto nel settembre 2016 dentro la Glass House: celebre edificio progettato e costruito nel 1949 a New Canaan, in Connecticut, da Philip Johnson. Una “casa in vetro”, appunto, immersa armoniosamente nella natura circostante.

Glass House, Philip Johnson

In occasione del centodecimo anniversario della nascita dell’architetto statunitense era stato commissionato all’artista nipponica Yayoi Kusama un allestimento specifico, per inaugurare il quale – sonorizzandolo – furono convocati Ryuichi Sakamoto e Alva Noto. La partnership fra i due datava quasi un decennio e mezzo, avendo generato quattro album e un ep (riuniti in cofanetto nella serie Virus), oltre a una parte sostanziale della colonna sonora di The Revenant di Alejandro Iñárritu.

Se fin lì, in genere, il loro dialogo musicale aveva combinato le melodie imbastite al pianoforte dal compositore giapponese con l’austero linguaggio elettronico del produttore tedesco (all’anagrafe, Carsten Nicolai), in quel caso erano altri gli elementi in gioco: un sintetizzatore Sequential Circuits, crotales, campane tibetane e martelletti, insieme all’ambiente medesimo, microfonato per coglierne le risonanze naturali. Dopo una sola seduta di prova, il duo si avventurò nell’improvvisazione documentata ora su disco da un’unica traccia lunga un secondo meno di 37 minuti.

All’ascolto l’effetto è ammaliante, ricco com’è Glass di riverberi spettrali, vibrazioni misteriose e armonie astratte, offrendo una visione al tempo stesso opaca e cristallina, in qualche modo affine all’enigmatica dimensione emotiva di certe opere di Wiliam Basinski o The Caretaker.

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