Un paese delle meraviglie chiamato Flaming Lips

Il nuovo, psichedelico album della visionaria band statunitense

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Flaming Lips Oczy Mlody Bella Union

A dispetto di un’identità ostentatamente eccentrica, i Flaming Lips sono un’istituzione del rock americano, avendo sul groppone trent'anni abbondanti di attività e in bacheca persino tre Grammy Awards. Ciò non ne ha mitigato affatto l’indole visionaria, espressa via via attraverso bizzarre uscite discografiche (dai quattro cd da suonare simultaneamente di Zaireeka al teschio in gelatina con inclusa chiavetta usb dell’ep Gumming Song Skull) ed estrose divagazioni cinematografiche (il curioso B-movie fantascientifico Christmas on Mars) e apprezzabile soprattutto nelle esibizioni dal vivo (tra coriandoli, confetti e sangue finto, per non dire della bolla trasparente dentro la quale l’ora cinquantaseienne Wayne Coyne – fulcro della band e unico superstite della formazione originaria insieme al bassista Michael Ivins – rotola in mezzo al pubblico).

Ne servisse conferma, ecco Oczy Mlody, opera dall’enigmatico titolo in polacco: alla lettera “occhi giovani”, ma in questo caso si tratta del nome di una droga che induce un sonno lungo tre mesi con sogni veritieri in fiabeschi scenari popolati da unicorni, streghe e maghi. Un album a soggetto, dunque, in cui la consueta attitudine psichedelica (a detta di Coyne favorita nell’occasione dal consumo di ayahuasca) s’innesta in ambientazioni tendenti all’opulenza del progressive. Esemplare una ballata sognante come “The Castle”, dove a versi caleidoscopici – “I suoi occhi erano farfalle, il suo sorriso arcobaleno” – corrispondono arrangiamenti che potrebbero far venire in mente addirittura i Genesis di Selling England by the Pound o The Lamb Lies Down on Broadway.

L’impronta sonora è in prevalenza elettronica, con ampio dispiegamento di sintetizzatori, a volte quasi invadenti (“One Night While Hunting…”), mentre la messinscena evoca suggestioni degne di Tim Burton (la svagata cantilena di “Galaxy I Sink”, ad esempio, o l’innocenza beffarda di “How”). Risultato: un disco nel quale perdersi, se si apprezzano “viaggi” di quella natura, o da esecrare per l’ampollosità che lo informa.

Difficile rimanere indifferenti, comunque: un indizio di genio, nel bene e nel male. Può mettere forse tutti d’accordo, all’epilogo, l’incanto ecumenico suscitato dallo spleen interstellare di “We a Family”: qui compare in voce l’esuberante diva pop Miley Cyrus, da qualche tempo musa inseparabile del lunatico Coyne.

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