Trent'anni di Tempo Reale

Intervista a Francesco Giomi: dal 20 maggio la rassegna, con un inevitabile omaggio a Berio

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Trent'anni non sono pochi, specialmente in Italia. Ma è questo il compleanno a cui arriva nel 2017 Tempo Reale, il centro di ricerca e sperimentazione sulla musica elettronica e sul suono fondato nel 1987 da Luciano Berio e di cui è oggi direttore Francesco Giomi. E non poteva mancare questo Tempo Reale Trenta: Suoni e musica di ricerca (20 maggio - 10 giugno 2017 alla Limonaia di Villa Strozzi e alla Ex-Manifattura Tabacchi), una rassegna ricca di musiche, autori e ospiti di grande rilevanza. Naturalmente una serata speciale è prevista in omaggio a Luciano Berio, fondatore del centro.

Giomi e il suo team in questi anni hanno lavorato su più fronti: nuove produzioni, ricerca artistica e scientifica, formazione a tutto campo (dai bambini della scuola primaria da educare alla consapevolezza del suono che ci circonda, ai giovani talenti della computer music da tenere d'occhio), collaborazioni un po' in tutto il mondo per le produzioni in di autori importanti come Berio, Guarnieri, Bussotti, David Moss, di musicisti emergenti come Mirio Cosottini, Francesco Fonassi, Yuval Avital, Gabriele Marangoni, Krzysztof Wolek, Alexander Chernyshkov ma anche per compagini e autori del mondo teatrale come Virgilio Sieni, Fanny&Alexander, Sonia Bergamasco.

Negli ultimi anni registriamo un'attenzione particolare all'ascolto dei paesaggi sonori, dalle ultime botteghe artigiane fiorentine ai parchi naturali e ai giardini, anche quando si tratta di lavorare su e con identità sonore che parlano di realtà marginali e difficili (pensiamo all'appuntamento ricorrente con l'Orkestra Ristretta del carcere di Sollicciano). E oggi, al traguardo dei trent'anni, troviamo questo cartellone particolarmente ricco, quasi tutto nella bellissima Limonaia di Villa Strozzi, che parte il 20 maggio con il concerto di Oren Ambarchi, artista australiano di notevole e molteplice appeal, in coproduzione con il festival Fabbrica Europa (una collaborazione oramai consolidata).

Più che un bilancio, ciò che ci interessa particolarmente sono le prospettive presenti e future, giacché immaginiamo che in questo campo le cose si muovano un bel po' più veloci di ciò che succede in un teatro d'opera o in una stagione sinfonica, veloci com'è veloce l'evoluzione della tecnica, dell'ambiente acustico in cui viviamo, di tutto, insomma trent'anni di Tempo Reale significa aver visto passare un bel po' di acqua sotto i ponti. Ne parliamo con Francesco Giomi.

Cos'è cambiato in questi trent'anni ? Oggi dov'è che bisogna seminare per poi raccogliere?

«Intanto bisogna certamente seminare nei giovani, che hanno molto interesse per questo campo. La scuola italiana di musica elettronica è stata importante per i suoi risultati, e già le scuole, diciamo, vecchio stile, come la classe di musica elettronica in cui mi sono formato io al Conservatorio Cherubini di Firenze con Pietro Grossi e Albert Mayr, erano molto vivaci; basti pensare a Bologna, Cagliari, Catania, tutti luoghi dove è stato ben seminato, soprattutto negli anni Novanta, e che hanno dato frutti importanti producendo, in verità, più che nel resto dell'Europa. Oggi io sono al Conservatorio di Bologna e molti di quegli allievi insegnano, mi piace citare alcuni enfant prodige frutto di quel fertile terreno: Emanuele Casale, Francesco Scagliola, Damiano Meacci, Paolo Pachini».

«Ma nella musica di oggi si rischia di perdere un po' l'aspetto storico-scientifico: c'è un desiderio di fare le cose e di andare ai confini della propria espressività, ma alla base ci vuole una consapevolezza, una base teorica e storica, perché il tutto non rimanga un “fatto privato”. Insomma, lo scopo della semina di oggi è insegnare profondità di indagine e consapevolezza. Non bisogna ritrovarsi a scimmiottare l'elettronica di moda. Adesso tante cose sono diverse da com'erano: c'è per esempio una sound art che non ha niente a che vedere con la musica come la intendiamo tradizionalmente, e trova il suo ambito in altri spazi e sistemi, c'è la riscoperta dei vecchi sistemi sonori analogici, e si è tornati – un po’ come in certe espressioni degli anni Sessanta – a fare musica con gli oggetti, oggetti che producono suoni: c'è un po' il mito della costruzione del proprio strumento musicale, fatto di circuiti, sensori, e chi più ne ha più ne metta. È tutto molto bello ma certamente vedo il rischio del dilettantismo, della trovata fine a sé stessa».

Siete nati un po' come un piccolo Ircam sulle rive dell'Arno, cos'è cambiato per voi e per gli altri centri?

«È proprio il ruolo dei centri che è cambiato. Prima facevamo da assistenti a compositori di grande calibro che volevano cimentarsi nel linguaggio elettronico (gli stessi Berio e Guarnieri, per esempio, e poi anche Battistelli, Sciarrino, Stroppa). Questo in parte è rimasto, ma certamente solo riferito a grandi setup, a situazioni musicali di ampio respiro e organico, dato che oggi la maggioranza dei compositori è in grado di lavorare per conto proprio con le tecnologie. Adesso, uno dei ruoli più importanti secondo me è quello di incubatore culturale, accompagnando i giovani compositori con iniziative articolate, per esempio con il sistema delle residenze. Su questo mi sembra che ci siamo mossi in grande anticipo sviluppando due idee residenziali: il progetto Kate, dedicato alla memoria della regista fiorentina Caterina Poggesi, che offre ai più giovani sound-artist una piccola borsa e occasioni di presentazione del proprio lavoro; e Flux, un sistema di residenze finanziato dalla SIAE per compositori under 35 dedicato al tema del rapporto tra composizione e improvvisazione. Inoltre ogni hanno facciamo uscire un bando tematico sulle tecnologie del suono i cui esiti sono presentati durante il Tempo Reale Festival: quest'anno si chiama “Tools for music” e riguarda performance realizzate con strumenti musicali autocostruiti e originali. In questo campo ci sono esperienze molto interessanti, solo bisogna avere il coraggio di selezionare. Noi cerchiamo di farlo in base ad una nostra idea di qualità».

Stavolta il “Maggio Elettrico”, a differenza delle ultime edizioni del Maggio Musicale Fiorentino, è rimasto fuori dal cartellone del festival, e allora i due concerti previsti, Maggio Elettrico/Made in USA. (27 maggio) e Maggio Elettrico/Not Only Made in USA. (28 maggio) ve li producete da soli, immagino non senza sforzo.

«Eh sì, diciamo che siamo rimasti con il cerino in mano, ma il format Maggio Elettrico è frutto della progettualità di Tempo Reale e per questo non ci abbiamo rinunciato, anche se si tratta di produzioni impegnative e con tanti musicisti che si spostano. Nel primo concerto c’è un pezzo importante, The Key to Song, di un grande pioniere della musica elettronica d'oltreoceano, Morton Subotnick (che sarà presente a Firenze), e City Life di Steve Reich; il concerto è frutto di una bella collaborazione con il Conservatorio della Svizzera Italiana e la Rete Due della Radiotelevisione svizzera. Il secondo appuntamento è dedicato ad un interprete del pianoforte molto sensibile, Fabrizio Ottaviucci, che propone opere di un compositore italiano interessantissimo, Osvaldo Coluccino, accostandole a lavori di Alvin Curran e Terry Riley».

Un ricordo di Berio non poteva mancare...

«E infatti il 30 proponiamo Nuovamente Berio, tre concerti brevi con tutte le opere più importanti del Berio elettronico e elettroacustico, Thema, Chants Parallèles, Momenti, Visage, a-ronne e inoltre un inedito, I colori della luce (1963), per il video di Bruno Munari e Marcello Piccardo. Vogliamo reinterpretare questi capolavori in una luce nuova, presentandoli con una mia regia del suono, in uno spazio concertistico a 360 gradi di alta qualità dal punto di vista sonoro, per un pubblico limitato sistemato in modo che tutti possano sentire, puntando alla qualità dell'ascolto. Ogni concerto sarà introdotto da un giovane musicologo (Giulia Sarno, Luisa Santacesaria, Rodolfo Sacchettini) a cui ho chiesto di dare, anche se sinteticamente, una prospettiva originale, “nuova” appunto per riascoltare questi brani storici così importanti».

Parlaci della filosofia che sta dietro a Symphony Device ossia Teatro Sonoro per Dispositivi (con la presenza di frullatori, aspirapolveri, levigatrice, vecchie tv a tubo catodico, scanner, stampanti e dispositivi ormai vecchiotti), drammaturgia, composizione e tecnica di Francesco Canavese, Francesco Casciaro, Francesco Giomi, Damiano Meacci, che avete coprodotto con la Biennale di Venezia e presentate prima il 10 giugno alla ex Manifattura Tabacchi di Firenze e poi a Prato a settembre: relitti del nostro passato recente che fate funzionare sinfonicamente...

«Partiamo da una riflessione sul concetto di dispositivo come l'ha elaborato Foucault: in fin dei conti anche la sinfonia è un dispositivo perché è basata su funzioni, regole, relazioni, gerarchie. In questo caso, gli strumenti musicali sono oggetti tecnologici obsoleti o che fanno parte della quotidianità, e attraverso un processo di vero e proprio hackeraggio si riesce a controllarne l’espressione così che essi riescono a suonare una partitura. La nostra operazione unisce l'aspetto formale, quello relazionale e quello materiale, proprio dell'oggetto, di cui propone anche un’idea di riciclo attraverso la musica. Dietro c'è anche uno spunto di tipo ambientale, se si vuole, cioè una riflessione sull'obsolescenza tecnologica che poi produce rifiuti e processi molto poco virtuosi, come la ricerca di metalli nobili in discarica in cui sono coinvolti tanti ragazzini dei paesi poveri, in situazioni terribili dal punto di vista della salute. Non siamo certo noi a poter risolvere questi problemi, ma ci piace e vogliamo comunque proporre questa riflessione attraverso il nostro lavoro. In Symphony Device si guarda alla musica attraverso un sistema concentrico di relazioni (per esempio quello della “sinfonia”) e di strumenti (gli oggetti hackerati dell’ensemble) per produrre non tanto una nuova composizione quanto un processo virtualmente nuovo e infinito. E infatti il prossimo ottobre la Biennale di Venezia ci ha chiesto una sorta di seconda puntata, che realizzeremo insieme al giovane compositore russo Alexander Chernyshkov».

Infine, la vostra casa di questi trent'anni, Villa Strozzi, avevate già fatto gli scatoloni per il trasloco...

«E invece finalmente è stata rinnovata la convenzione con il Comune di Firenze. Almeno per cinque anni restiamo ancora qui e stiamo già facendo qualche investimento sia strutturale che tecnologico».

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