Le Feste Musicali di Lugo

Dal 29 settembre il festival Purtimiro: parlano Rinaldo Alessandrini e Antonio Florio

Concerto italiano Purtimiro
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classica

Tutto ruota attorno ad un bel teatro storico dalla buona acustica che rischiava la demolizione, il Teatro Rossini di Lugo di Romagna, che dopo il restauro a partire dal 1986 è stato tra i primi in Italia a proporre allestimenti di opere barocche. Trent’anni dopo sotto il segno di quella attività pioneristica è nato un festival affidato alle cure di Rinaldo Alessandrini, che con un richiamo alla celebre aria finale dell’Incoronazione di Poppea di Monteverdi è stato battezzato purtimiro - Feste musicali attorno all’opera barocca. Con il suo ensemble Concerto Italiano (nella foto) inaugurerà la seconda edizione il 29 settembre, presentando il risultato di un lavoro di trascrizione, elaborazione e adattamento di musiche clavicembalistiche di Johann Sebastian Bach, per un organico composto da due violini, viola, violoncello, violone e cembalo. Non a caso il titolo del programma, Variations on Variations, si riferisce al nucleo principale del progetto costituito dalle cosiddette Variazioni Goldberg, quelle che Glenn Gould definì “forse la più splendida elaborazione mai realizzata su un tema di basso” e per la geometria della loro struttura “una musica, in breve, che non conosce né inizio né fine, una musica senza un vero punto culminante e senza una vera risoluzione”. Alessandrini non le hai mai eseguite in pubblico con il cembalo, pur avendole studiate a fondo, e nel presentare queste trascrizioni parla di “divertissement” e di “sottile piacere intellettuale”.

Come è nata l’idea di questa riscrittura bachiana?
«Ho impiegato quasi un anno e mezzo per realizzare le trascrizioni e gli arrangiamenti, ma l’idea è venuta per caso forse una sera in cui non avevo nulla da fare… e non ricordo neppure come sia nata, ma sta di fatto che ad un certo punto mi sono ritrovato ad elaborarle. È stato molto interessante, anche perché c’è una grande parte di ricomposizione, ma naturalmente non sono il primo perché ci sono illustri precedenti. Senza andar troppo lontano nel tempo la versione per orchestra d’archi di Bernard Labadie o quella per trio d’archi di Dimitri Sitkovetsky».

Oltre ad avere trascritto l’Aria con trenta variazioni per cembalo, Alessandrini ha trascritto anche una Passacaglia, un’Aria variata alla maniera italiana e una Canzona per organo, che hanno presentato minori problemi di elaborazione rispetto alle “Goldberg”, ma che si annunciano altrettanto interessanti. Tra le altre cose nel giorno della loro esecuzione sarà messo in commercio il cd precedentemente registrato e pubblicato dalla eclettica casa discografica francese Naive. Ma questo è solo l’inizio poiché nonostante la presenza di altri ensemble, Purtimiro è di fatto il festival di Concerto Italiano, così come voluto dai committenti.

Prima di tornare a Lugo come direttore musicale, aveva già lavorato nella cittadina dell’entroterra ravennate?
«Ero venuto a Lugo nei primi anni della mia carriera come semplice continuista, agli esordi di Concerto Italiano, e a tanti anni di distanza l’idea del Festival si è messa in moto perché Domenico Randi, che è profondamente legato al Teatro Rossini, e il sindaco Davide Ranaldi, hanno espresso un forte interesse verso la musica barocca, in particolare nei confronti dell’opera, e così nel dicembre dello scorso anno abbiamo realizzato la prima edizione, che ha avuto riscontri positivi e ha creato molte aspettative. Essere tornato a Lugo ha un forte valore affettivo per me, perché mi ha permesso di ritrovare molte delle persone che avevo conosciuto da giovane».

Tra i sei concerti che Alessandrini dirigerà ci sono due prime esecuzioni in epoca moderna. La prima è l’intermezzo Fidalba e Artabano del compositore attivo alla corte di Dresda Giovanni Alberto Ristori (1692-1753), parte di un dittico buffo che includerà anche Serpilla e Bacocco di Giuseppe Maria Orlandini (1676-1760), che lavorò a Bologna e Venezia, oltre che nella sua città. Questo secondo intermezzo venne rappresentato in diverse città europee e divenne un prototipo del fortunato genere che rivoluzionò le convenzioni del teatro musicale del Settecento.

Quali sono i caratteri di questi due intermezzi?
«Sono due operine di cinquanta minuti ciascuna. Quella di Orlandini ha un plot drammaturgico più tipico che si inserisce nella tradizione del teatro buffo, con i caratteri comici e grotteschi e soluzioni già ben sperimentate. Ebbe molto successo con numerosissime riprese. Quella di Ristori concepita per la corte di Dresda è meno incisiva dal punto di vista drammaturgico e teatrale, ed essendo destinata ad un pubblico non italiano, non contiene i frizzi e i lazzi tipici di questo genere, ed ha un carattere più composto. Presenta una qualità musicale d’oltralpe, meno di ruotine con una cifra di elaborazione più originale, più sviluppo contrappuntistico, e una concezione melodica più elegante, più elaborata».

L’altra prima esecuzione in tempi moderni riguarda un oratorio composto da Antonio Caldara per la corte viennese. Sul frontespizio del manoscritto si legge: “La Morte d’Abel Figura di quella del Nostro Redentore, Componimento Sacro per Musica Aplicato al suo Santissimo Sepolcro, Cantato Nell’Augustissima Cappella Della Sac. Ces. Catt. Real Maestà di CARLO VI, Imperatore de’ Romani sempre Augusto l’Anno 1732, La Poesia è del Sig. Abbate Pietro Metastasio, Poeta di sua M. Ce. Catt.ca, La Musica è del Sig. Ant. Caldara, Vice Maestro di Cappella di sua S. M. C. e Catt.ca”. Nel verso figura l’elenco degli interlocutori, ossia i personaggi, e il ruolo di Abel risulta affidato al celebre “Sig. Farinello”. Da quanto appare sul frontespizio si comprende che questa azione sacra divisa in due parti apparteneva alla specifica tradizione di rappresentazioni eseguite durante la Settimana Santa come espressione di devozione da parte della corte asburgica, e finalmente si potranno collocare la sinfonia e l’aria “Quel buon pastore son io” – le uniche parti registrate dell’oratorio reperibili – nel contesto dell’intero componimento.

Si tratta della vicenda biblica dei figli di Adamo ed Eva?
«
Esattamente. Per quanto ne sappia si tratta della prima esecuzione integrale in tempi moderni, ed è una situazione speculare a quello di Ristori. Caldara scriveva per Vienna, e lo stile è abbastanza distante da quello della tradizione italiana. Le linee vocali sono concepite sullo stesso piano di quelle strumentali, che sono altrettanto elaborate. La scrittura orchestrale è molto densa e non ha solo la funzione di accompagnamento».

C’è anche un concerto dedicato a Stradella che ha il titolo sonoro della sua cantata “Ecco amore che altero risplende” …
«Si tratta di musiche inedite contenute in manoscritti conservati a Modena, e che probabilmente non sono mai più state eseguite. Sono madrigali di tradizione tarda con continuo e molte dissonanze, e mottetti monumentali divisi in più parti con interventi solistici e corali. Nel loro insieme composizioni variegate e complesse, tipiche dello stile stradelliano virtuosistico e lussureggiante della seconda metà del Seicento».

Nel programma del Festival ci sono anche concerti di autori noti come Vivaldi e Monteverdi
«La formula è quella di mettere insieme musica sconosciuta con repertori più noti, e l’altro aspetto più o meno palese, è quello di segnalare nuove generazioni di esecutori prevalentemente italiani, e questo mi preme molto. Dopo circa trentacinque anni di carriera capisco quanto sia importante per giovani che si affacciano sulla scena oggi, avere delle occasioni professionali nel campo della musica antica, che purtroppo non sono molte nel nostro paese. A questo proposito vale l’esempio dell’ensemble Abchordis, un giovane gruppo molto interessante che presenterà musiche sacre di Pergolesi. Per quanto riguarda il concerto vivaldiano è importante la presenza di Sara Mingardo che ha ridato giustizia al ruolo del contralto, perché il registro femminile più grave è una voce rara e Vivaldi è un terreno privilegiato per questo tipo di vocalità. Monteverdi a conclusione del Festival era il minimo che si potesse fare in questo importante anno di celebrazioni, secondo me troppo poche in Italia rispetto ad altri paesi europei. Le risorse finanziarie non hanno consentito di allestire per esempio l’Orfeo o l’Incoronazione di Poppea, e poiché ritengo che la musica sacra non debba essere fatta in teatro e Lugo non ha luoghi idonei per eseguirla in modo soddisfacente, ho scelto una selezione di madrigali che dopo tanti anni di frequentazione di questo repertorio sono quelli che mi piacciono di più».

Nel programma del primo fine settimana del Festival figurano anche due importanti concerti di musica partenopea eseguiti dall’ensemble Cappella Neapolitana. Il primo è dedicato alla commedia pastorale La Filli di Giovanni Cesare Netti (1649-1686) e il secondo, intitolato Buffo sotto il Vesuvio, all’opera comica napoletana con la significativa presenza dell’attore e cantante Pino De Vittorio. Il direttore del gruppo, Antonio Florio, ne illustra così i contenuti.

«Avevamo eseguito La Filli nei primi anni di vita del nostro gruppo, tra la fine degli Ottanta e l’inizio dei Novanta, ma è apparso logico riproporla nel contesto di questo Festival perché la commedia pastorale del 1682 di Netti è stata composta dopo l’esecuzione napoletana de Gli equivoci nel sembiante di Alessandro Scarlatti, rappresentata a Lugo lo scorso anno, e può essere considerata quasi una risposta alla prima opera scarlattiana. Gli anni Ottanta del Seicento furono importantissimi per Napoli con l’avvento del viceré Gaspar Méndez de Haro Marchese di El Carpio, che portò Scarlatti a Napoli. Fu la fine della fase sperimentale dello stile partenopeo, perché nell’opera del Seicento non esisteva un netto confine tra aria, arioso e recitativo, e La Filli appartiene alla stagione successiva a quella di Provenzale. Molte delle sue musiche sono andate perdute, ma Netti fu probabilmente uno spettatore degli Equivoci nel sembiante, e si cimentò con un' opera dall’organico simile, quattro cantanti e quattro parti di archi, perché di solito nelle opere precedenti la viola è spesso assente ed utilizzata solo in alcune arie, non sappiamo se spinto dai suoi commettenti o semplicemente dal desiderio di emularne il successo. Va considerato che la figura di Scarlatti è molto importante perché codificò le forme dell’opera così come Corelli quelle della sonata. Netti morì abbastanza giovane, e Provenzale non fu molto fortunato: i cantori e gli strumentisti della cappella vicereale scioperarono – forse il primo caso nella storia della musica – perché lo avrebbero voluto come Maestro, ma invece venne nominato Scarlatti. In Netti si avverte già una propensione verso un nuovo stile…».

Distinto da quello di Provenzale, che sarà invece presente nel programma del secondo concerto di Cappella Neapolitana.
«Sì, ma appena nella parte iniziale, perché in realtà la chiave di lettura di questo concerto riguarda la storia degli attori cantanti che lavoravano nell’opera comica, che aveva un cast fisso. Ognuno di loro era specializzato in un ruolo, come per esempio Simone de Falco, un tenore famoso per le parti en travesti, per esempio quello delle vecchie. I compositori e i librettisti scrivevano anche tenendo in considerazione che sarebbe stato uno degli interpreti delle commedie per musica. Più tardi altre figure di spicco sono quelle delle grandi famiglie a cavallo della metà del Settecento che si tramandavano i ruoli di padre in figlio, come ad esempio i bassi o baritoni buffi Casaccia e suo figlio “Casacciello”, di cui abbiamo due meravigliosi ritratti conservati nella Certosa di San Martino. E da qui si arriverà poi a Rossini… Siamo felicissimi di eseguire questa musica in Italia, perché siamo stati da poco a Basilea, dove è una cosa normale, ma qui da noi è una cosa rara».

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