Il Coro della Sat fa 90

Il racconto del direttore Mauro Pedrotti

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Il 5 novembre scorso Milano ha festeggiato i novant'anni del Coro della Sat, un'istituzione per il repertorio della tradizione alpina la cui eco, partita dalle vette delle Dolomiti, ha raggiunto il pubblico di molti continenti. I coristi trentini si sono esibiti presso la Sala Verdi del Conservatorio per una serata organizzata dal Coro Cet nel decennale della prima edizione di Yarmònia e domenica 20 novembre 2016 saranno nuovamente sul palco, questa volta quello di casa, a Trento, per festeggiare nell'abbraccio della propria comunità. La lunga storia del Coro della Sat è un racconto pieno di avvenimenti che si intreccia alla storia del nostro Paese, attorno alle vicissitudini del primo conflitto mondiale, e che ha legato indissolubilmente l'impegno di mantenere vivo il canto popolare all'interesse del mondo musicale colto per un genere considerato estraneo alle accademie e ai teatri. Eppure quei canti dei sentimenti semplici, dei soldati-ragazzi che nel freddo della Galizia sognavano i monti pallidi, della pastora che difende i suoi agnelli dalle leggi della natura, sono scesi dalle cime delle montagne per raggiungere ben altre vette, conquistando numerosi premi (Corea 2010, Praga 2011, Langollen 2013) tra i quali, quest'estate, la medaglia d'oro alle Olimpiadi del canto a Sochi, unico coro italiano arrivato in finale.

Abbiamo chiesto a Mauro Pedrotti, discendente di quei giovani fratelli grazie ai quali questa storia ha inizio nonché direttore del Coro della Sat da un trentennio, di aprire questo scrigno di storia corale.

«Il Coro della Sat – spiega Mauro Pedrotti - nasce sull'onda della voglia di cantare di un gruppo di ragazzi, i fratelli Pedrotti, che erano rientrati dalla deportazione in Boemia ed in Austria quali profughi durante la prima guerra mondiale. Coloro che non riuscivano a procurarsi un stostentamento autonomo durante il periodo bellico, venivano impacchettati e messi su un treno. Giunti in questi campi profughi, tra fame e freddo, impararono moltissime canzoni, non solo tra parenti ma anche assieme ai compagni di sventura e rientrati a Trento, nel 1918, con una grande voglia di cantare, crearono una piccola associazione (Gran Corale Società, 1919) di cui facevano parte anche alcune ragazze. Nasce, quindi, un coro misto, in cui i giovani cantavano e si divertivano e il cui nucleo erano i quattro fratelli Pedrotti. Nel 1926 il presidente della Sezione Operaia della Sat, Nino Peterlongo, sentì cantare questi ragazzi e fece di tutto per farli accorpare alla Sosat, che prendessero questo nome che facessero al Castello del Buonconsiglio, a Trento, la loro prima esibizione. Poi, durante il periodo fascista, la sezione operaria venne sciolta e il coro continuò a cantare col nome di coro della Sat, cambiando di nome».

La nascita del coro è legata quindi alla passione dei fratelli Pedrotti per il canto popolare ma ben presto queste melodie suscitano l'interesse di musicisti colti, da Giorgio Federico Ghedini ad Arturo Benedetti Michelangeli. «Il primo fu Luigi Pigarelli – racconta Pedrotti - che cominciò ad ordinare su un pentagramma queste canzoni cantate ad orecchio, magari mettendoci anche del suo, e successivamente anche Antonio Pedrotti, non un parente ma amico dei fratelli, studente presso l'Accademia di S. Cecilia a Roma, che rimase colpito dal suono e dal modo di cantare di questi ragazzi. Pigarelli era magistrato di professione, invece Pedrotti diventò poi direttore d'orchestra. Con loro si cominciò a costruire il repertorio del coro». Fu con l'incontro dei musicisti classici che le armonizzazioni dei canti popolari passarono dalle tre voci alle quattro?

«Pur ignoranti di musica dal punto di vista tecnico, i fratelli Pedrotti possedevano una grande musicalità. All'accordo a tre voci pareva mancasse qualcosa e quindi, nelle parti interne del coro, quelle più armoniche, comparivano già i primi segnali della tendenza a quattro voci».

Come è avvenuto l'incontro con Arturo Benedetti Michelangeli?

«Il primo incontro risale al 1936 a Brescia – spiega Mauro Pedrotti - in un concerto in cui il coro eseguì il proprio repertorio. Nell'intervallo si esibirono due giovani fratelli: al violino Umberto e al pianoforte Arturo, che aveva solo 16 anni ed era già diplomato. Michelangeli ascoltò quindi il coro per la prima volta in quell'occasione e la cosa evidentemente gli rimase impressa, perchè nel 1949, divenuto titolare della cattedra di pianoforte al Conservatorio di Bolzano, quando incontrò Enrico, il più anziano dei fratelli Pedrotti che si era trasferito lì come fotografo, la professione di famiglia, rispose positivamente alla fatidica domanda “Maestro, perchè non armonizza qualcosa per noi?”. Di lì a poco nasce “La pastora e il lupo” e nell'arco di un trentennio ne seguirono altre, per un totale di diciannove armonizzazioni. Le abbiamo raccolte in un volume e l'anno scorso, per i vent'anni dalla scomparsa di Michelangeli, le abbiamo anche riprese in una nuova incisione discografica. È stato un approfondimento che abbiamo sentito come doveroso, per il rinnovamento interno del coro rispetto alla prima incisione del 1997 e per il riconoscimento del loro valore notevolissimo».

Anche Andrea Mascagni - direttore del Liceo Gianferrari di Trento, che divenne l'attuale Conservatorio Bonporti, cofondatore dell'Orchestra Haydn di Trento e di Bolzano nonché Senatore dal 1976 al 1987 – fu un amico del Coro della Sat...

«Si sono conosciuti coi fratelli durante la seconda guerra mondiale, erano amici e partigiani, in modo particolare di Enrico Pedrotti, che fu internato al lager di Bolzano e scappò per un soffio alla deportazione nei campi di concentramento in Germania. Anche Mascagni negli anni '50 cominciò ad armonizzare i canti per il nostro coro. Il suo stile era completamente diverso, con armonie molto ampie con i tenori primi che vanno in cielo e i bassi che scendono all'inferno. Ne scrisse una trentina e anche di queste abbiamo pubblicato una monografia».

È notizia di pochi mesi la vostra vittoria della medaglia d'oro al 9° World Choir Games, che si sono tenuti in Russia, a Sochi, nel mese di luglio 2016. Ma come viene in mente ad un coro di tradizione alpina, con la sua divisa montanara e un'emissione non impostata, di mettersi in gioco a questo livello?

«Un signore che si chiamava Massimo Mila definì il Coro della Sat “il conservatorio delle Alpi”, perchè aveva la missione di raccogliere, conservare e diffondere questi canti attraverso le esecuzioni dei canti armonizzati. Questo valore musicale rimane però spesso confinato nell'ambito della coralità amatoriale. Ad esempio il fatto che Arturo Benedetti Michelangeli abbia armonizzato per il Coro della Sat è una notizia che rimane confinata nel nostro mondo. Mentre il nostro scopo è andare a far sentire queste canzoni con questa genere di musica fuori dal contesto della coralità alpina italiana. Con risultati evidentemente positivi. La giuria internazionale di Sochi ha capito il valore di queste cose, non solo quello di partenza della melodia, e ha apprezzato anche l'aspetto musicale che è stato aggiunto dai musicisti. Oggi si parla di repertorio Sat anche attraverso le pubblicazioni, prima dei fratelli Pedrotti e poi della Fondazone Coro della Sat».

Come canta il Coro della Sat? Come nasce quel suono particolare che affascina le platee?

«Canta in maniera naturale non ci sono esercizi di respirazione, impostazione della voce, uso del diaframma, cose tecniche e forse è questo che ci dà questo suono del tutto originale, distinguibile in maniera netta, decisa. Anche questa è in realtà un'impostazione di non-impostazione».

Questo è un mese ricco di appuntamenti per il Coro della Sat. Oltre ai due concerti per il 90° a Milano e a Trento, il prossimo 24 novembre (Trento, Auditorium S. Chiara, 20.30) è prevista la cerimonia ufficiale di premiazione del Premio Pedrotti 2015, un concorso dedicato all'armonizzazione e composizione del canto popolare, aperto ai giovani studenti dei conservatori europei.

Chiediamo sempre a Mauro Pedrotti il perchè della nascita di una competizione di questo genere.

«La ragione più profonda del concorso è stata la seguente: perchè non allargare la conoscenza di questi canti che hanno visto l'interesse di grandi nomi della musica anche ai giorni nostri? Perchè non avvicinare in questo modo i giovani studenti dei conservatori di musica al canto popolare? Il concorso che la Fondazione Coro della Sat ha ideato, grazie alla collaborazione dei conservatori di Trento e di Bolzano, sin dalla sua prima edizione, nel 2013, ha riscosso un discreto seguito con partecipazioni di studenti dai conservatori di Brescia, Pesaro, Bolzano, Trento, Alessandria, Torino. Nel regolamento abbiamo messo un po' di paletti, proprio perchè questo concorso fosse diverso da altri. L'idea era quella di salvaguardare il discorso del coro maschile e di una certa visione del canto popolare, visto con un occhio di riguardo per la semplicità ed eseguibilità da parte di cori popolari. Regole, queste, alle quali i candidati si sono attenuti con invenzioni armoniche interessanti. Il Premio Pedrotti ha cadenza biennale e a breve verrà pubblicato il bando (www.corosat.it) per la terza edizione che avrà luogo nel 2017. I brani vincitori saranno eseguiti in concerto nell'anno di attesa e verranno pubblicati dalla Fondazione».

Non ci resta che apprestarci all'emozione del concerto di domenica 20 novembre (Auditorium s. Chiara, ore 18.00) che sarà presentato da Angelo Foletto, musicologo e noto critico musicale.

Cosa andremo ad ascoltare?

«La prima parte del concerto – conclude Mauro Pedrotti – è dedicata ai canti che compaiono sui primi dischi del 1933 e del 1935 (78 giri editi dalla Columbia). Si tratta di nove canti compresi in questo primo repertorio registrato: La montanara, La Dosolina, La pastora ed altri, indicati sui dischi come “arrangiati” di Enrico Pedrotti, ma in realtà fatti ad orecchio. Mentre nella seconda parte della serata eseguiremo il repertorio “nuovo”, quello dagli anni '50 in poi, ossia con le armonizzazioni di Michelangeli, Dionisi, Mascagni, Pedrotti e Bettinelli. Ci fermiamo agli “evangelisti”».

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