Zubin Mehta, novantesimo compleanno sul podio a Firenze

Trionfo e commozione al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, con la Nona di Beethoven, ricordando tanti momenti di una presenza che ha segnato la scena musicale fiorentina da più di mezzo secolo

ET

01 maggio 2026 • 6 minuti di lettura

Zubin Mehta sul podio, foto di Michele Monasta
Zubin Mehta sul podio, foto di Michele Monasta

Firenze, Sala Grande del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino

Ludwig van Beethoven, Sinfonia n. 9 in re minore op. 125 per soli, coro e orchestra

29/04/2026 - 29/04/2026

Teatro esaurito da parecchio, pieno come un uovo, alla fine tutti in piedi per applaudire con tutte le nostre forze, mentre Zubin Mehta

viene aiutato a scendere dal podio e ricondotto sulla sedia a rotelle su cui era arrivato, e, mentre continuano a scrosciare gli applausi, si moltiplicano gli omaggi per questo suo novantesimo compleanno che ha scelto di passare qui a Firenze, sul podio della sua orchestra fiorentina, fino a provocare un momento di commozione dell’anziano direttore: la pioggia di coriandoli dorati, il grande mazzo di fiori bianchi offertogli dalla sindaca di Firenze Sara Funaro, il dono di una bacchetta d’oro presentatogli dal sovrintendente del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino Carlo Fuortes, l’orchestra e il coro per gli auguri suonati e cantati, gli amici di sempre che sono venuti qui, Daniel Barenboim in primo luogo, forse il legame più radicato nella sua gioventù (andatevi a rivedere il quintetto “La Trota” di Schubert con Jacqueline Du Pré, Perlman, Zukerman, Barenboim, Mehta) ma anche Placido Domingo, a ricordo di un evento di richiamo mediatico come i primi concerti dei Tre Tenori, nel 1990, che ebbero appunto Mehta sul podio.

La Nona di Beethoven di Mehta a Firenze l’abbiamo ascoltata tante e tante volte, in teatro e in piazza (ricordiamo almeno il concerto in Piazza della Signoria a Firenze a conclusione del Maggio 2008), e riascoltarla stavolta non ha fatto che confermare quanto abbiamo già avuto occasione di scrivere in altre occasioni. Cosa ascolta, davanti a una carriera come quella di Mehta, come di altri grandi direttore, l’ascoltatore di lunga data ? quello che, come chi scrive, si ricorda delle prove fiorentine del direttore indiano, non proprio dal primo concerto sinfonico dell’11 febbraio 1962 a ventisei anni non ancora compiuti, né dalla sua Traviata del 1964, con cui esordiva in Europa come direttore d’opera, ma certamente dal 1969 in poi, per gli eventi di cui oltre diremo… Ebbene, questo ascoltatore privilegiato ha avuto modo di constatare che, se qualcosa si perde, qualcosa si guadagna, perché in questa Nona ciò che ci ha colpito più di sempre è stato l’Adagio, sognante e insieme limpidissimo, con le variazioni degli archi sulle quiete melopee dei fiati che non ci sono mai sembrate così belle, serene e soavemente liriche. Da ricordare, di questo concerto, nel finale corale, il valido apporto, oltre che dell’orchestra, del coro istruito da Lorenzo Fratini e del quartetto solista di Jessica Pratt, Szilvia Voros, Bernard Richter e Simon Lim.

Ma per spiegare ai non fiorentini questo teatro pieno e la profonda verità e sincerità di questa festa e di questi applausi, è necessario raccontare almeno nei tratti fondamentali che cosa è stato Mehta per Firenze i questi decenni, i momenti culminanti di un dirigere a Firenze che inizia sì nel 1962 (dunque la bellezza di sessantaquattro anni fa) ma ha già un primo momento di particolare visibilità e interesse al festival del Maggio del 1969, con un Ratto dal Serraglio e soprattutto con un indimenticabile Fidelio con la regìa di Giorgio Strehler. Ma di questo Maggio 1969 dobbiamo citare anche il clamoroso incidente della première mancata del festival, in cui un’Aida anch’essa affidata a Mehta saltò perché il tenore, Carlo Bergonzi, dette buca (dopo aver saltato anche la generale, il che avrebbe dovuto quantomeno allarmare il sovrintendente di allora Remigio Paone), per poi essere sostituito nelle repliche da Amedeo Zambon e Flaviano Labò. E qui, per ricordare lo scandalo che fu, ci affidiamo al diario musicale, La musica e le cose, del compianto Leonardo Pinzauti. Nel frattempo la carriera di Mehta proseguiva soprattutto negli Stati Uniti con la carica di direttore principale delle orchestre di Los Angeles e poi di New York, poi si è fatto particolarmente importante nei decenni successivi il rapporto con altre grandi orchestre e teatri europei, a Vienna e a Monaco in particolare, e il legame con i Wiener è stato celebrato nel marzo appena trascorso da un concerto dall’accoglienza trionfale. Ma fu proprio a Firenze che gli viene affidato il suo primo Ring (1979 – 1981) nella celebre edizione con la regìa di Luca Ronconi e le scene di Pier Luigi Pizzi, in un’interpretazione, quella di Mehta, che molta critica musicale italiana giudicò interessante sotto il profilo musicale proprio per la sua trasparenza, e per il distacco sia dalla visione epica tedesca che dall’estetismo di Von Karajan. Ricordiamo anche l’eco delle discussioni sulla natura “politica” della visione del Ring che promanava dalla lettura ronconiana: non a caso quell’allestimento concepito per la Scala fu poi ripudiato, e arrivò a Firenze per l’interessamento del sovrintendente di allora, Massimo Bogianckino. Ma, insomma, è a Firenze che Mehta cominciò ad occuparsi sul serio di Wagner, e ha continuato a farlo in più riprese ovunque, e, a Firenze, con diverse edizioni dei Maestri Cantori e Tristano e Isotta, e soprattutto con il nuovo Ring nella visione profondamente innovativa, intrisa di visioni fantasy e pop, della messinscena della Fura dels Baus di Carlus Padrissa & C. (2007 – 2009). L’idea, anzi, come dichiarò Giorgio Van Straten (sovrintendente dal 2002 al 2005), era che il nuovo teatro di cui si cominciava a parlare e che poi fu fatto avrebbe dovuto essere inaugurato proprio da un Ring di Mehta. Tra l’altro a Firenze Mehta aveva più volte sostenuto la necessità del nuovo teatro vista la cattiva acustica di quello vecchio. Al tempo del secondo Ring Zubin Mehta era già da un pezzo il direttore principale dell’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino. Questa svolta in un rapporto, come abbiamo visto, già proficuo e profondo, avvenne nel 1985, quando, a seguito dell’esaurirsi della relazione artistica di questo teatro con Riccardo Muti, fu nominato direttore principale, carica poi sostituita da quella di attuale di direttore onorario a vita.

I titoli finora fatti nel raccontare i primi anni di Mehta a Firenze, Traviata, Fidelio, Aida, sono veramente al centro delle predilezioni di Mehta e hanno continuato a esserlo, fino alle sue ultime direzioni d’opera in questo teatro; e poi, oltre a Wagner, anche molto Richard Strauss, per cui ricordiamo almeno un accattivante Rosenkavalier per l’inaugurazione del festival nel 2012. Fra gli spettacoli più celebrati e/o più innovativi, da citare senz’altro quelli con la regìa di Jonathan Miller, una Tosca divenuta famosa per l’ardita e emozionante riambientazione nella Roma occupata dai nazisti (1986) e la trilogia Mozart – Da Ponte alla Pergola (1990 – 1992); poi, citando altre importanti collaborazioni registiche, il delizioso Flauto Magico con la regìa di Julie Taymor (1993) e la Turandot con la regìa di Zhang Yimou (1997) che recuperava elementi dell’opera cinese e sarebbe stata poi riproposta l’anno dopo anche a Pechino nella Città Proibita, una delle molte tournées internazionali che Mehta ha assai incrementato. Questi e altri esiti sono ricordati nel saggio di Francesco Ermini Polacci nel programma di sala di questo concerto. Ma se dobbiamo ripensare a ciò che ci è piaciuto di più di Zubin Mehta, sono anche altre le cose che ci vengono in mente: le sinfonie di Brahms sempre, e anche certe deliziose Variazioni su un tema di Haydn; fra i grandi classici del Novecento, La sagra della Primavera ma ancor più il bartokiano Concerto per orchestra; Schoenberg, lo strepitoso Moses und Aron in forma di concerto, premio Abbiati 1994, ma anche un Sopravvissuto di Varsavia con Charlotte Rampling voce recitante e il contributo visuale multimediale di Peter Greenaway per l’inaugurazione dell’edizione 2008 del festival (ma, se ben ricordiamo, Mehta l’aveva già proposto in piazza in un concerto pubblico a fine festival, con Claudio Desderi voce recitante). Un lavoro che rispecchia anche la visione umanista e pacifista di questo direttore, che ha avuto altre espressioni: dal suo coinvolgimento nella West Eastern Divan Orchestra fondata da Daniel Barenboim in cui musicisti israeliani e palestinesi suonano insieme, al recente ripudio della politica di Benjamin Netanyahu di cui abbiamo dato a suo tempo notizia. E questo ha comportato la rinuncia definitiva al rapporto con la Filarmonica d’Israele, che in varie forme andava avanti dal 1977.