Viaggi dell'oud

Alla Biblioteca Vallicelliana di Roma il duo Tarek Abdallah e Adel Shams el-Din per l’ISMEO-Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l'Oriente

Tarek Abdallah / Adel Shams El-Din
Recensione
world
Tarek Abdallah / Adel Shams El-Din
Biblioteca Vallicelliana, Roma
07 Marzo 2019

È prima pseudo-mistica, ma profonda, con passaggi solistici dal preludio all’improvvisazione modale, poi più tornita e balzante con brani dai ritmi di 10, 12 e 17 battiti, l'atmosfera che avvolge l’oud (liuto arabo) ed il riq (tamburello a sonagli) del duo Tarek Abdallah e Adel Shams el-Din, alla prima apparizione per ISMEO-Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l'Oriente a Roma.

Nella luce soffusa e piena di libri del salone Borromini della Biblioteca Vallicelliana, giunge da lontano la voce delle sette corde dell’oud di Abdallah, seguita dai dum e tak del riq di el-Din in un ciclo di brani, connessi tra loro da una stessa scala o modo (maqām); forme cardine della musica del mondo arabo-islamico come taqsim, lunga e sama’i, raccolte in una suite, la waṣla egiziana, che dà il nome al concerto. Pura esperienza sonora dovuta soprattutto all'utilizzo di una gestualità e stile carichi, espressivi, da subito accattivanti. Il concerto fa parte di una serie di viaggi, storie e tradizioni, interamente promosso da IsMEO su di un progetto di ricerca (Oud migrations) di Rachel Beckles Willson dedicato ai viaggi dell'oud. Questo percorso di concerti attraverso repertori del Nord Africa, Egitto, Turchia, Iraq, esplora storie di liutai costruttori, musicisti, particolari strumenti e forme musicali all'oud connesse.     

Delle tre suite nei modi Bayyati, Rast e Sikah, la prima è di sontuosa sonorità ed esalta gli affondi dei bassi dell’oud e lo spessore straordinario del registro più acuto. Pregevole l'idea di accostare il tempo sama’i in 10 a un kush rank in 17 battiti: né un sama’i antico né un ibrido più moderno, dove la melodia si trasforma e sviluppa sui restanti battiti, virtuosistica e piena di guizzi sonori, poi sbocciati nuovamente in un raffinatissimo preludio “Shams” (sole) composto da Abdallah.

Nel mezzo, un taqsim (preludio), ma con accompagnamento del riq, e il brano "Walli Galli", che trascendono in improvvisazioni il tessuto sonoro compositivo intarsiato fin lì da Abdallah. Molto tecnico ma anche rituale ed inquieto, consegnato a un’esecuzione puramente timbrica, dove le sfumature dei bassi finali fanno tutto il pezzo. In particolare, la qafla, una chiusura in veloci legature della mano sinistra e ribattuti del plettro con la destra – cambi repentini di fraseggio, le lunghe pause, riflessioni e accelerate, passaggi e accenti melodici – ricordano Ashwak di Muhammad Qasabji.  

Ma per chi non avesse mai ascoltato Abdallah il resoconto fin qui potrebbe far pensare ad interpretazioni moderne sì, ma anche convenzionali, dove a catturare sono più le atmosfere che la musica. Invece no. Ecco la suite nel modo rast, nella seconda parte, un concentrato di energia e concretezza esecutiva. La scelta di un brano (sama’i) dello storico oudista egiziano al-Qasabji, che apre la suite, è pertinente, emblema forse di musica "tradizionale" per questo strumento. Abdallah e Shams el-Din l'hanno eseguito con piglio maturo, laddove tutte le frasi, imitazioni tra i due strumenti, crescendo affioravano, guadagnando alle varie sequenze spessore e compattezza. Un'interpretazione senza veri eccessi o sgrammaticature, non sperimentale bensì di impostazione puramente devota al fraseggio e alla chiarezza comunicativa della modalità rast - forse un pizzico in meno di follia ci sarebbe stato, nel ritmo fin troppo impetuoso del finale in 3, ad esempio. Tuttavia, mille volte meglio così che con i tempi finalizzati a un misticismo interiore qualunque e soprattutto monotoni, come ogni tanto nella musica araba pure capita. Un plauso anche a Shams el-Din che ha suonato benissimo, balzante nella Lunga finale, con apici di volumi e grande compattezza in Waslitna, che risultava una vera e propria maestria d'insieme.

In tutte le suite (waṣla), intese come un contenitore dal contenuto variabile, dove il momento lirico cantato – una qasida ad esempio– è sostituito da cicliche forme strumentali, Tarek Abdallah è libero dal concetto di massima pulizia del suono a scapito dell’espressione in cui convergono un insieme di profondo studio, dominio tecnico e grande talento. Anticonvenzionale? No. Semplicemente musicale.  

Se hai letto questa recensione, ti potrebbero interessare anche

world

Reportage dal Festival musicale del Mediterraneo di Genova, quest'anno nel segno dell'EurAsia

world

Il Roma Jazz Festival si apre con la trasformazione dell’afrobeat dei Kokoroko 

world

Il trio di Stefano Saletti, Nando Citarella e Pejman Tadayon all'Ethnos Festival