Verdi l’oscuro: il Macbeth dei Muti a Torino
Successo per l’opera di Verdi diretta da Riccardo Muti con la regia della figlia Chiara
26 febbraio 2026 • 4 minuti di lettura
Torino, Teatro Regio
Macbeth
24/02/2026 - 07/03/2026Breve riassunto delle puntate precedenti. Nel 2021, Riccardo Muti debutta sul podio del Teatro Regio di Torino con Così fan tutte. Si trova bene e ci torna nel 2022 (Don Giovanni) e 2024 (Un ballo in maschera). Tutte e tre le produzioni ricevono lodi. Muti elegge il Regio a unico teatro italiano in cui dirigere opera in forma scenica. Fedele al proposito, ritorna per un quarto appuntamento: Macbeth di Giuseppe Verdi, andato in scena in prima rappresentazione il 24 febbraio 2026, in una sala senza un posto vuoto. Fine del riassunto. E ora: com’è andata?
Trovare superlativi di “bene” e sinonimi, già di per sé esercizio sterile, non renderebbe comunque l’idea. Gli applausi sono stati fragorosi. Coloro che avevano memoria dei tre precedenti spettacoli mutiani a Torino hanno potuto apprezzare con tanta più consapevolezza e gioia il lavoro straordinario che Muti ha fatto in questi anni con l’Orchestra del Teatro Regio. Macbeth, che nella versione del 1865 scelta dal Maestro offre già di per sé un’orchestrazione sbalorditiva, ne è il punto di arrivo (attuale, ma si spera non l’ultimo). L’orchestra è protagonista assoluta. Verdi sperimenta nelle tinte gravi con una concezione pittorica di una modernità che ha dello sconcertante, se si pensa all’epoca della composizione (cosa sono quegli improvvisi ruggiti di tromboni, quei mormorii di clarinetto, quei fischi laceranti di ottavino nel magma scuro dell’orchestra se non tanti strappi e bruciature in sacchi di materia sonora?), ma, perché la si colga, occorre un direttore, come Muti, capace di dare respiro sinfonico a un’orchestra lirica. L’espressione “respiro sinfonico” può sembrare frusta, ma è la più efficace per descrivere momenti come il coro “Patria oppressa”, che, per inciso, ha scatenato l’applauso più forte. I rulli di timpani e grancassa, le pulsazioni funebri degli ottoni, i singhiozzi dell’oboe “come un lamento”, che qui danno voce al pianto degli esuli scozzesi, li troveremo nell’orchestra di Don Carlos e poi del Requiem, ad esprimere il dolore di tutti, il dolore insito nella stessa natura umana: il seme è già in Macbeth, e Muti lo ha mostrato con un’evidenza da lasciare attoniti.
Da questo mare orchestrale, i cantanti emergevano dando corpo ai personaggi con un lavoro di interpretazione molto curato nei dettagli. Erano infinite le sfumature di recitazione che Luca Micheletti ha dato al canto del suo Macbeth. Sarà il privilegio di essere nato attore teatrale, ma pochi altri suoi colleghi baritoni possono vantare una tale capacità di ottenere il famoso effetto “più parlato che cantato” immaginato da Verdi. Lidia Fridman ha offerto in tutta l’opera, ma specialmente nella scena del sonnambulismo, una prova altrettanto convincente: lo scavo in quell’abisso che è l’animo contorto di Lady Macbeth l’ha spinta senza timore in tutti gli angoli della sua ricca espressività vocale. Maharram Huseynov e Giovanni Sala sono stati, rispettivamente, un Banco e un Macduff dalla personalità nobile e ‘belcantistica’ nelle relative arie così come nei recitativi. Ottimi anche i comprimari. E il Coro del Regio è ormai una garanzia.
La regia è di Chiara Muti, già regista dei due spettacoli mozartiani insieme al padre Riccardo a Torino. Il nuovo allestimento di Macbeth è in coproduzione con il Teatro Massimo di Palermo. Anche qui, il risultato è stato molto apprezzato (con applausi e «bravi!» a tutta la squadra di regia), e giustamente, per lo studio attento delle dinamiche psicologiche shakespeariane, tradotte in scena con pochi ma essenziali movimenti di personaggi e masse, e sempre in armonia con la musica. Poiché Muti (Riccardo) ha diretto – vivaddio – l’opera senza tagli, vi erano incluse due pagine generalmente espunte, ossia il coro “Ondine e silfidi” e il Ballo del terzo atto: quest’ultimo è stato messo in scena con una pantomima demoniaca coreografata da Simone Valastro. Le scene di Alessandro Camera, i costumi di Ursula Patzak e le luci di Vincent Longuemare offrivano un perfetto equivalente visivo alle tinte dell’orchestra verdiana, con eleganti effetti di controluce e mantelli neri di streghe che si confondevano col fango scuro della brughiera. I vari ambienti venivano evocati da elementi scenografici approntati su un impianto fisso (la brughiera, appunto) e stilizzato. Una delle idee visive più potenti era nel terzo atto. Durante il rito infernale delle apparizioni, con Macbeth e le streghe, compariva un enorme occhio al centro della scena. L’occhio è un simbolo carico di significati oscuri. «Un Occhio ci scruta, tenebroso, dalle tenebre». Dalla porta dell’Inferno scruta tutti, personaggi e pubblico, e in quel momento Macbeth è noi e noi siamo Macbeth. All the world’s a stage.