Verdi danza con Michele Mariotti all’Opera di Roma 

Un concerto con tre dei balletti composti da Verdi per le sue opere parigine

Michele Mariotti (Foto Fabrizio Sansoni)
Michele Mariotti (Foto Fabrizio Sansoni)
Recensione
classica
Roma, Teatro dell’Opera
Concerto Mariotti
28 Maggio 2021

 

A due giorni dall’entrata in vigore del decreto che permette il ritorno del pubblico in sala, il Teatro dell’Opera di Roma ha riaperto i battenti con un concerto. I cinquecento biglietti – il numero massimo attualmente consentito, come sappiamo – sono andati esauriti in poche ore, anche perché i prezzi sono stati tenuti molto bassi, com’è giusto, sia per fare un piccolo regalo agli ascoltatori al momento di rivederli dopo tanto tempo sia per evitare che, come altrove è successo, anche cinquecento posti risultassero troppi e non venissero interamente occupati.

Poiché non si poteva fare intervallo, per evitare che si formassero assembramenti nei foyer, il programma era breve, ma da non perdere, poiché offriva l’occasione di ascoltare delle musiche di Verdi che non si ascoltano quasi mai, ovvero le danze, che all’epoca erano obbligatorie in ogni opera rappresentata all’Opéra di Parigi. In seguito sono state considerate superflue se non dannose per lo svolgimento drammatico e ancora oggi vengono quasi sempre tagliate, ma si sta notando un nuovo interesse per queste musiche così screditate. Ormai tutti riconoscono che Verdi è uno dei migliori autori di musica per balletto del pieno Ottocento, superato forse solo da Čajkovskij.

Bisogna però fare delle distinzioni. Il “Balletto della Regina” dal Don Carlos  (1867) è piuttosto convenzionale, diviso in tante brevi sezioni scollegate tra loro, la cui funzione sembra principalmente quella di dare il tempo ai ballerini, evitando di offuscare i ritmi delle varie danze con una scrittura orchestrale un minimo elaborata. Sebbene sia stato scritto da un Verdi meno maturo e sia destinato ad un’opera che non raggiunge i livelli di complessità e profondità drammaturgica del Don Carlos, il “Balletto delle Stagioni” da Les Vêpres siciliennes  (1855) è molto meno convenzionale e si sgancia spesso dai modi della musica intesa come semplice accompagnamento alla danza; non solo ha invenzioni melodiche più originali (la melodia popolare all’inizio dell’Estate) ma anche impasti strumentali più pieni e più vari e un’elaborazione di spessore sinfonico (almeno in qualche momento, come l’introduzione all’Estate, che non sfigurerebbe come introduzione lenta al primo movimento di una sinfonia). Ancora diverso il caso le danze aggiunte al Macbeth  in occasione delle rappresentazioni parigine del 1865. Infatti non sono completamente avulse dalla trama dell’opera come le altre due, perché ne sono protagoniste le streghe, che sono anche le vere protagoniste dell’opera. Qui la musica si sgancia dai ritmi delle danze convenzionale e l’orchestra ha colori spesso nuovi originali, come l’intervento del clarinetto basso. Al centro di questi ballabili (giustamente verdi li definisce così e non balli) convulsi e grotteschi sta una sezione lenta dal fascino sinistro e macabro: è l’apparizione di Ecate, la dea della magia e dell’oscurità, che si erge dietro il calderone.

Sul podio stava Michele Mariotti, che voci non confermate indicano come probabile nuovo direttore musicale del teatro alla scadenza dell’incarico di Daniele Gatti, a sua volta dato in partenza per Santa Cecilia: lo diciamo per gli appassionati del gossip, ma si sa che queste voci il più delle volte vengono smentite dai fatti. Mariotti nei mesi di chiusura del teatro ha diretto all’Opera alcuni concerti e Luisa Miller  in forma di concerto (ovviamente in streaming) e evidentemente ha raggiunto un’ottima intesa con l’orchestra. Tale intesa si è percepita chiaramente in queste musiche di danza dove il direttore non può inventarsi chissà quali nuove prospettive interpretative e deve puntare tutto sulla cura del suono. E il risultato è stato ottimo: sonorità nette, limpide, brillanti, in cui tutti sono stati impeccabili, sia le prime parti nei loro ‘soli’ che le file intere. È giusto sottolineare in particolare il suono preciso, pieno, rotondo e potente degli ottoni, che non avevamo mai sentito così in forma.

Applausi forse non entusiastici – queste danze difficilmente scaldano il pubblico fino all’entusiasmo – ma comunque calorosi.    

 

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