The Underflow apre la stagione del Centro d'Arte di Padova

Il trio di David Grubbs, Mats Gustafsson e Rob Mazurek per un concerto memorabile a Padova

David Grubbs, Mats Gustafsson e Rob Mazurek The Underflow Padova
Recensione
jazz
Padova, Sala dei Giganti del Liviano
David Grubbs, Mats Gustafsson, Rob Mazurek: The Underflow
25 Gennaio 2020

Per chi ha bazzicato un po’ le sorti delle avanguardie più creative a cavallo del millennio, tra post-rock, jazz, elettronica e improvvisazione, l’appuntamento era di quelli da non perdere, come in uno di quei momenti Marvel in cui tutti i supereroi si ritrovano insieme per un’avventura unica.

Anche se di collaborazioni e legami fra i tre ce n’erano già state in passato (un paio di ottimi dischi a nome Grubbs/Gustafsson, la partecipazione di Mazurek a Camoufleur dei Gastr del Sol, per dire) infatti, il trio composto da David Grubbs, Mats Gustafsson e Rob Mazurek era certamente uno dei più attesi di questo inizio di decennio, forte di un nuovo disco (The Underflow, nome anche del trio) e di un compatto tour europeo che ha toccato del finale Bologna e Padova, dove ha inaugurato la nuova stagione del Centro d’Arte.

La risposta del pubblico, generoso nella bella Sala dei Giganti padovana, e quella dei tre musicisti non si è fatta attendere e ha regalato un concerto di grande intensità, in cui le diverse anime dei tre artisti hanno trovato il modo di dialogare e inventare scenari sempre cangianti. 

Chitarra e voce per Grubbs, sax baritono, flauto e elettronica per Gustafsson, cornetta e elettronica per Mazurek: una tavolozza di possibilità molto ampia, che il pendolo dell’istinto ha fatto di volta in volta inclinare verso ipnosi rumoristiche, accensioni tribali – spesso per merito di un Mazurek in serata di grazia, come folgorato da scariche di elettricità sciamanica – o oasi di songwriting, che l’inconfondibile scrittura di Grubbs è riuscita a ritagliare in lacerti di polverosa malinconia.

Come spesso accade in contesti in cui l’aspetto improvvisativo è fondamentale, l’imprevedibilità è la regola e non stupisce che nei primi minuti i tre sembrino un po’ disomogenei, intenti a cercarsi e a dichiarare le rispettive virtù (gli arpeggi ipnotici della chitarra, il barrito lacerante del sassofono, le accensioni della cornetta…), per poi trovare all’improvviso – in corrispondenza del primo momento “cantautorale” di Grubbs – una complicità di magnetico dinamismo, che non ha più abbandonato la sala fino al termine del secondo, breve bis.

C’è spazio per un bellissimo incantesimo di Gustafsson al flauto, per un crescendo rituale delle percussioni a mano di Mazurek, per scariche elettriche che si aggrovigliano attorno agli accordi, c’è spazio perfino per una bella rilettura di uno dei cavalli di battaglia dei Gastr del Sol, “The Seasons Reverse”, con il pubblico immobilizzato in un emozionato jaw-dropping.

Le molte anime e pratiche che si convogliano in questo trio (di alcune di esse Grubbs ha parlato generosamente al pomeriggio, in un incontro con il pubblico condotto da Veniero Rizzardi) raccontano in fondo di come sulle differenti sponde dell’Atlantico siano rimbalzate negli ultimi decenni le attitudini e gli ascolti, le intemperanze DIY e una consapevolezza della tradizione occidentale (sia essa quella della sperimentazione colta, che del Canterbury sound, dell’improvvisazione europea o del punk americano) che dona coerenza e solidità al tutto.

Partenza migliore non ci poteva essere per una rassegna come quella del Centro d’Arte che in questi anni si è distinta come una delle eccellenze nazionali, grazie a una programmazione coraggiosa e alla capacità di coinvolgere un vasto pubblico di giovani.  Tra prossimi appuntamenti della rassegna padovana (il cui programma completo si può consultare qui) segnaliamo certamente quello con i Roots Magic (5 febbraio), con il pianista Bobby Mitchell alle prese con le Songs of Insurrection di Rzewski (26 febbraio) e, più avanti nella primavera, Ingrid Laubrock, Peter Evans e gli Old Time Relijun.

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