Un' Aida di tradizione

Liegi: dirige Scappucci, regia di Mazzonis di Pralafera

Aida
Aida
Recensione
classica
Opera di Liegi
Aida
26 Febbraio 2019 - 14 Marzo 2019

Lo spettacolo è assicurato, ed alla fine gli applausi sono copiosi, ma più per il fatto di avere proposto un’Aida molto semplice e chiara da seguire, che per nuovi contributi d’idee alla sua messa in scena. In spazi ristretti, con qualche libertà di movimento in più concessa dall’ascensore –  in dotazione all’Opera di Liegi dall’ultima ristrutturazione – che fa alzare la scena e la raddoppia; con una scenografia essenziale al sapore d’Egitto antico già scolorito ma con qualche richiamo medievale,  e in cui spicca per bellezza il giardino di canne e rampicanti del terzo atto; costumi pure che sono un mélange di stili con influenze medievali, medio-orientali, romane antiche e pure del film Stargate; con una regia piuttosto tradizionale, con gli artisti a cantare spesso fronte pubblico, ma nel complesso c’è abbastanza azione sul palcoscenico. Speranza Scappucci, alla sua prima Aida, ne da una interpretazione ancora un po’ da affinare, sopratutto nei pezzi d’insieme dove l’orchestra finisce a tratti un po’ per coprire le voci, ma che ben fluisce là dove la musica è più sinuosa e mostra grande sensibilità per i movimenti più delicati ed intimisti. Quanto agli interpreti, una serie di malattie ha costretto a sostituzioni all’ultimo minuto ed il risultato non è ottimale come sicuramente Stefano Mazzonis avrebbe voluto ed ha costretto anche la Scapucci a dedicarsi di più ai cantanti. Nel ruolo di Radames un Marcello Giordani, che ha sostituto nel primo cast Gianluca Terranova, poco adatto ormai al ruolo, mostrando alla prima pure qualche problema di voce nelle note basse, forzando senza successo, ma che è migliorato un po’ nel corso della rappresentazione; lo stesso si può dire dell’Aida di Elaine Alvarez, per la prima volta nel ruolo, in questo caso la voce si è mostrata piena sin dall’inizio in tutta l’estensione ma dal timbro non adeguato alla parte e troppo uniforme, per poi piano piano apparire più convincente, più delicata e ricca di sfumature, con il crescere della drammaticità della parte. Perfetta invece come Amneris la giorgiana Nino Surguladze che, anche grazie alla sua lunga pratica come figlia del faraone, ne ha dato un’interpretazione magistrale; altrettanto ottimo l’Amonasro del baritono belga Lionel Lhote, dizione italiana come al solito perfetta, tecnica, esperienza e carisma in abbondanza su scena. I due bassi sono entrambi italiani: Luca Dall'Amico come Ramfis, il gran sacerdote, e Luciano Montanaro come il Re d’Egitto, quest’ultimo messo in evidenza da una veste da faraone particolarmente appariscente. Un cenno merita anche il messaggero, intrepretato in modo fresco da un giovane tenore, Maxime Melnik,  penalizzato invece, al contrario, da un poco realistico, immacolato costume. Sempre a proposito degli abiti di scena, firmati da Fernad Ruiz, responsabile dell’atelier dei costumi dell’Opera di Liegi, molto belli, semplici ma efficaci sono quelli dei ballerini, uguali per uomini e donne, e c’è da sottolineare come la celebre marcia trionfale della fine del secondo atto è risolta da Mazzonis proprio con una sfilata delle fantasiose realizzazioni di Ruiz.  Le coreografie sono a tratti troppo da saltimbanchi medievali; ottime, invece, le luci di Franco Marri che ben sottolineano i diversi momenti senza mai essere invasive; coro pure soddisfacente. Un’Aida certo non memorabile, a tratti un po’ troppo didascalica, ma che nel complesso ha raggiunto l’obiettivo di piacere al pubblico di Liegi. 

 

 

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