Tutta l'umanità di Boris

Milano: un grande Abdrazakov per l'opera inaugurale della Scala

Boris Godunov (Foto Brescia e Amisano)
Boris Godunov (Foto Brescia e Amisano)
Recensione
classica
Teatro alla Scala, Milano
Boris Godunov
07 Dicembre 2022 - 29 Dicembre 2022

La serata inaugurale della stagione scaligera ha avuto inizio col silenzio in sala. Nessun applauso all'insediamento nel palco centrale del presidente del Consiglio e quello del Senato, accompagnati da Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, e dal sindaco Giuseppe Sala. Mentre gli applausi sono scrosciati in seconda battuta, all'apparire del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, calorosi, insistiti.

Per Boris Godunov Riccardo Chailly ha scelto la prima versione del 1869, la più breve e compatta, mai andata in scena alla Scala (il Boris di Abbado 1979 e di Gergiev 2002 erano entrambi nella seconda versione). Ne ha sottolineato le grandiose ruvidità, ma senza mai rinunciare alle tante morbidezze disseminate in partitura, con un'ammirevole cura dei contrasti, delineati in ogni dettaglio. Con in aggiunta una carica d'entusiasmo contagiosa per l'orchestra che ne ha colto le intenzioni alla perfezione. È stata veramente una gioia seguirlo nel suo percorso di analisi, dalle prime frasi sospese dei fagotti dell'attacco e le rutilanti esplosioni sonore della scena dell'incoronazione fino allo straziante tema dopo la morte di Boris.

Grande merito di questa edizione va a Ildar Abdrazakov, basso dalla voce generosa e vellutata e d'indubbia maestria attoriale, un vero fuoriclasse (lo riascolteremo il prossimo 7 dicembre come Filippo II nel Don Carlo). È grazie a lui se il protagonista, pur in un impianto registico che mette in risalto la cupa ed efferata lotta per il potere, conserva profonda umanità e grande dignità. Copratogonisti senza dubbio il coro diretto da Alberto Malazzi e quello delle voci bianche diretto da Bruno Casoni. Nell'ottimo cast ha primeggiato Ain Anger nelle vesti di Pimen, a cui è affidato il racconto non solo della storia pregressa, ma dell'intera opera perché talvolta da un angolo del palcoscenico controlla quanto succede. Con lui Stanislav Trofimov, un Varlaam disinvolto e sguaiato al punto giusto, Dmitri Golovnin (Grigorij), Yaroslav Abaimov (l'Innocente).

La regia di Kasper Holten, molto tradizionale, utilizza al meglio le invenzioni della scenografa Es Devlin. Il grande cartiglio al centro su cui Pimen ha scritto le sue cronache, dà l'idea dello scorrere della Storia che inesorabilmente si ripete. Le gigantesche carte geografiche illustrano la grandezza dell'impero degli zar e spesso, fin troppo, indicano dove si svolge l'azione (con perfino la scritta Lituania perché lo spettatore non si smarrisca); come pure eccessivamente didascalici sono i ritratti che appaiono sul cartiglio quando viene citato Ivan il Terribile o il suo successore o il disegno di un bambino morente fra le braccia di una donna quando evoca lo zarevic assassinato. L'infelice dispone anche di una presenza in scena, perché durante tutto lo spettacolo gira il suo spettro insanguinato, in realtà senza mai interferire nell'azione e senza troppo turbare Boris che si accorge di lui solo quando lo richiede il libretto. La prima parte dello spettacolo scorre comunque che è una meraviglia, con un finale colpo acrobatico di Grigorij che per varcare il confine lituano s'inerpica su per la carta geografica venticale come un rocciatore.

Il seguito dello spettacolo è più problematico per lo spettatore, perché non vengono rispettati i tre luoghi previsti, la camera dei bambini, la piazza davanti alla cattedrale di San Basilio, la sala del Cremlino. Rimane fisso l'impianto della camera dei bambini col letto e i mobili, che vengono tolti per lasciare entrare il popolo, poi sostituiti dalle seggiole per la riunione dei boiari, con Boris che quando non si scontra con l'Innocente rimane a disperarsi sul letto. A questo si aggiunga che, in previsione di quanto succederà in futuro ai suoi figli, sul palco vagolano dei loro doppi fantasmatici sanguinanti. Tutto questo è parecchio distraente. Ma quello che più stona è l'aver fatto pugnalare Boris da un seguace del falso Dmitri (che appare trionfante nel finale, come vorrebbe la seconda versione dell'opera), perché snatura l'intera dolorosa parabola di Boris. Si tratta di una sorta di lento e stoico suicidio per senso di colpa, che comincia dalle sue prime parole all'incoronazione ("Ho l'anima inferma"), ed è per questo che il suo tormento ancora ci commuove. La vendetta o il pareggiare i conti non ci stanno proprio.

A fine serata applausi di 13 minuti per tutti e, una volta tanto, pochi spettatori che se la son battuta alla chiusura del sipario. A voler sintetizzare, è forse il 7 dicembre più riuscito da anni, sia per l'esecuzione, sia per un pubblico più attento allo spettacolo che alla mondanità.

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