Tragedia (culturale) del non-ascolto

Il Prometeo di Luigi Nono al Teatro Farnese di Parma

Foto Roberto Ricci (Teatro Regio di Parma)
Foto Roberto Ricci (Teatro Regio di Parma)
Recensione
classica
Filarmonica Arturo Toscanini Parma
Luigi Nono
26 Maggio 2017

Nella nuova edizione critica a cura di André Richard e Marco Mazzolini è stato proposto a Parma il Prometeo di Luigi Nono, un lavoro che ha visto la sua ultima esecuzione nel nostro paese nel novembre del 2000 nell’abito di Milano Musica. Altro motivo di interesse è rappresentato dal fatto che l’opera noniana è stata allestita nella suggestiva cornice del Teatro Farnese Parma, struttura lignea seicentesca scelta per sostituire in un certo senso l’originale “arca” di Renzo Piano. Operazione senza dubbio coraggiosa, soprattutto per la scelta della Fondazione Teatro Regio di collocare questo titolo a suggello di una stagione lirica che, a Parma in particolare, accoglie un repertorio molto più tradizionale. Per facilitare la fruizione dell’opera e fornire elementi di decifrazione, lo stesso Teatro Regio ha offerto al pubblico un percorso di incontri e approfondimenti che hanno visto anche la partecipazione, tra gli altri, di Massimo Cacciari e Nuria Schönberg Nono, entrambi in sala anche per la “prima” di venerdì sera. L’opera, si sa, è un “fondamentale” del secondo Novecento italiano datata 1984-85, dato anagrafico che ha il vantaggio di avere ancora attivi e operativi i collaboratori di Nono (Alvise Vidolin al live electronics, lo stesso Cacciari curatore dei testi, eccetera) ma paga lo scotto di essere ancorata a quel periodo, sia dal punto di vista ideologico sia da quello espressivo e interpretativo. L’opera sulla carta – su quella bellissima partitura colorata di segni e indicazioni lasciata dal maestro veneziano – è potentemente suggestiva, ma la restituzione offerta ieri sera è parsa un poco uniforme, soprattutto sul versante del live electronics – qui curato da Vidolin e Nicola Bernardini – e della spazializzazione. Se lo stesso Nono ebbe modo di dichiarare in una sua intervista rilasciata ad Albrecht Dümling nel 1987 (pubblicata da Ricordi nel 2001 nella traduzione di Giampiero Taverna) «non sono d’accordo sulla pretesa che si debba sempre sapere da dove viene un suono. Preferisco la confusione e il disordine», in questo caso appariva tutto molto ordinato, lineare nella successione dei quadri sonori che dal “Prologo” passano alle diverse “Isole” e così via. Un carattere che ha riportato alla mente un fugace appunto lasciato da Massimo Mila sulle pagine della Stampa nell’ottobre del 1988, quando ricordava «quell’impressione di staticità un po’ uniforme che non posso negare di aver provato all’ascolto di Prometeo». Forse una maggiore enfasi nell’impiego della spazializzazione avrebbe consegnato alla materia sonora estremamente sofisticata e pregnante dell’opera una valenza espressiva più dinamica e coinvolgente. D’altro canto è quasi inutile sottolineare come in questi trenta e più anni l’evoluzione dell’elemento elettronico nella musica contemporanea ha maturato un suo percorso che, anche in fase di interpretazione di pagine più o meno recenti, è perlomeno utile considerare, pena la proposta non tanto di una “filologia” ma di una sorta di “archeologia” elettroacustica. Resta il fatto che nella proposta parmigiana si sono distinti per impegno ed efficacia esecutiva tutti i musicisti coinvolti, a partire dalle parti vocali incarnate dai soprani Livia Rado e Alda Caiello, i contralti Katarzyna Otczyk e Silvia Regazzo, il tenore Marco Rencinai, con le voci recitanti di Sergio Basile e Manuela Mandracchia. Precisi sul podio Marco Angius e il direttore assistente Caterina Centofante, alla guida dell’Ensemble Prometeo e della Filarmonica Arturo Toscanini, oltre al Coro del Teatro Regio di Parma preparato da Martino Faggiani. Lungi dal voler attribuire a quest’opera una lettura didascalica del mito di Prometeo – che assolutamente, lo sappiamo, non ha – possiamo comunque annotare che se qualcosa è mancato, nel complesso di questa importante e meritoria proposta, è la capacità di rinnovare attraverso una lettura interpretativa più connotata quel “fuoco” sperimentale e, se vogliamo, visionario che intride quest’opera. Una nota a margine riguarda la risposta del pubblico. Nel corso delle due ore e un quarto circa di durata dell’opera diversi gruppetti di persone hanno lasciato il teatro. Un dato francamente poco sorprendente per chiunque abbia un minimo di consapevolezza della natura e delle abitudini di ascolto odierni (d’accordo, generalizzare è sempre sbagliato ma, come qualcuno ha detto del “pensar male”, sovente ci si azzecca). Altra cosa è recarsi a uno spettacolo prevenuti per poi andarsene dopo un’oretta scarsa di ascolto (il che equivale a un “non-ascolto”), impedendo ad altri più interessati e motivati di accedere a una proposta culturale, almeno sulla carta, da “tutto esaurito”.

Interpreti: Soprani Livia Rado e Alda Caiello, contralti Katarzyna Otczyk e Silvia Regazzo, tenore Marco Rencinai, voci recitanti di Sergio Basile e Manuela Mandracchia. Live electronics di Alvise Vidolin e Nicola Bernardini.

Orchestra: Ensemble Prometeo e Filarmonica Arturo Toscanini

Direttore: Marco Angius e Caterina Centofante (direttore assistente)

Coro: Coro del Teatro Regio di Parma

Maestro Coro: Martino Faggiani

Se hai letto questa recensione, ti potrebbero interessare anche

classica

La novità Until the Lions di Thierry Pécou ispirata ad un episodio minore del Mahabharata inaugura la stagione dell’Opéra national du Rhin

classica

L’opera apre il ciclo di tre titoli verdiani a soggetto spagnolo al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, con Zubin Mehta sul podio e la regìa di Cesare Lievi

classica

L’opera di Verdi in un nuovo allestimento della Fondazione Teatro delle Muse, con la direzione di Marco Guidarini e la regia di Mariano Bauduin