Teatro musicale fuori scena alla Biennale Musica 2022

Una retrospettiva del “Leone d’Oro” Giorgio Battistelli e nuovi lavori di Simon Steen Andersen, Michel van der Aa, Ondřej Adámek, Helena Tulve e Annelies Van Parys al 66° Festival Internazionale di Musica Contemporanea della Biennale di Venezia

Jules Verne (Foto Andrea Avezzù)
Jules Verne (Foto Andrea Avezzù)
Recensione
classica
Venezia, Teatro La Fenice, Teatro alle Tese, Piccolo Teatro dell’Arsenale, Tese dei Soppalchi, Teatro Goldoni,
Biennale Musica di Venezia
14 Settembre 2022 - 25 Settembre 2022

È “Out of Stage” la Biennale Musica numero 66, anno secondo della direttrice artistica Lucia Ronchetti. Si tratta di teatro musicale ma di un teatro fuori dal teatro e comunque da luoghi e situazioni offerte da palcoscenici tradizionali. L’apertura del festival è comunque sul tradizionalissimo palcoscenico del Teatro La Fenice con un lavoro di Giorgio Battistelli, Leone d’Oro alla carriera di questa edizione. Nonostante l’attività del compositore non conosca rallentamenti (solo in questa stagione si sono viste le prime dello shakespeariano Julius Caesar a Roma e del goldoniano Baruffe a Venezia, mentre il suo nuovo Teorema di Pier Paolo Pasolini è annunciato per il prossimo giugno a Berlino), la scelta è caduta su Jules Verne, un lavoro del 1987 appartenente quindi alla prima stagione di Giorgio Battistelli. Definita dall’autore come “Fantasia da camera in forma di spettacolo”, in origine composta per il Trio Le Cercle, ossia i percussionisti Jean-Pierre Drouet, Gaston Sylvestre e Willy Coquillat, a Venezia trova nei “Leoni d’Argento” del trio Ars Ludi, al secolo Antonio Caggiano, Gianluca Ruggeri e Rodolfo Rossi, interpreti ideali nel rispondere alle sollecitazioni anche e soprattutto teatrali del dialogo patafisico di tre protagonisti degli immaginistici racconti dello scrittore francese. Si tratta di una curiosa battaglia verbale ma anche a colpi di suoni prodotti da un variegatissimo e eterodosso repertorio di percussioni fra il Professor Lidenbrock di Viaggio al centro della Terra, il Dottor Ferguson di Cinque settimane in pallone e il Capitano Nemo di Ventimila leghe sotto i mari, che ha la grazia e la leggerezza di un gioco infantile su viaggi dell’immaginazione interrotto dalla violenza di un colpo di pistola, allusiva di una vicenda umana tutt’altro che felice di Jules Verne fra una moglie oppressiva, un figlio problematico (finito in riformatorio con grande dolore del padre) e un nipote psicotico, che lo gambizzò costringendolo a trascorrere gli ultimi anni su sedia a rotelle precludendogli la possibilità di altri amati viaggi. La riesumazione del Jules Verne per questa Biennale Musica rappresentava soprattutto un’occasione interessante per tornare alle radici “sperimentali” di una delle personalità più creative del teatro musicale contemporaneo a livello internazionale, che a Venezia lo vedeva anche coinvolto per la prima volta nel ruolo di regista e dunque interprete più autentico del proprio lavoro, fra l’altro ripreso da un ensemble con il quale il sodalizio creativo dura da decenni.

Il binomio Ars Ludi e Battistelli tornava anche nel concerto scenico in programma al Teatro alle Tese con un lavoro iconico del compositore come Orazi e Curiazi, straordinario e tesissimo combattimento a soli colpi di percussioni composto nel 1996 proprio per il duo di percussionisti protagonisti cioè l’“orazio” Gianluca Ruggeri e il “curiazio” Antonio Caggiano. Il pezzo si impone sempre per la limpida drammaturgia fatta di puri suoni che si espandono dagli strumenti per coinvolgere anche i corpi dei due interpreti, come il pezzo che segue, sempre dal repertorio del trio romano, Dressur di Mauricio Kagel anno 1977, nume tutelare del teatro strumentale spesso spinto sul filo del paradosso. Risposta dichiarata all’esigenza di esporre l’ascoltatore a una esperienza musicale integrale e non solo acustica, Dressur è un autentico addestramento (già da titolo) alla dimensione performativa della musica operata dai tre interpreti/performer alle prese con un autentico circo di eterodossi oggetti sonori.

Naturalmente la Biennale Musica numero 69 non era solo retrospettiva ma proponeva anche diversi lavori in prima assoluta commissionati dalla stessa Biennale in generi spesso inediti codificati dagli stessi compositori del festival come instrumental theatre, experimental music theatre, sound installation, radio play, performative lecture, experimental performance, scenic concert, performative music theatre, performative sound installation, augmented reality sound installation, performative radio composition and sound theatre, choral music theatre, praying ritual e via dicendo (il che, fra l’altro, sottolinea anche l’urgenza di espandere il lessico italiano per includere queste nuove forme).

Fra le novità, la Biennale Musica presentava in prima assoluta Reaching Out di Ondřej Adámek e Rino Murakami al Teatro alle Tese in Arsenale. Il lavoro propone in effetti tre composizioni distinte e di umore molto diverso, cioè Knock Earth Stone Dust di Adámek, rielaborazione del suo Man Time Stone Time del 2019 basato su cinque poesie dell’islandese Sjón (al secolo Sigurjón Birgir Sigurðsson), Salmon Crossing di Murakami ispirato a Sake No Uta (Il canto del salmone) di Keiko Oguro, e Schlafen Gut. Warm ancora di Adámek, legate insieme da una coreografia sviluppata dallo stesso Adámek con Eric Oberdorff per i sei interpreti vocali, i due danzatori e i due percussionisti, tutti coinvolti in un gioco scenico diretto energeticamente sulla scena da Adámek. Come già nel suo precedente Seven Stones visto al Festival di Aix-en-Provence [], con cui anche il nuovo lavoro presenta molti aspetti in comune, Ondřej Adámek riesce a assemblare materiali estremamente eterogenei con una varietà stilistica vocale e grande inventiva anche scenica che ha sempre il segno della leggerezza anche quando, come nel terzo quadro, impiega materiale dal potenziale tragico come le lettere scritte dalla bisnonna dal campo di concentramento di Auschwitz. Non è secondario alla riuscita del lavoro l’impegno degli affiatati interpreti dell’ensembleN.E.S.E.V.E.N. che sta per Never Ending Searching for Exact Vocal Expression and Nuances (Olga Siemieńczuk, Shigeko Hata, Landy Andriamboavonjy, Nicolas Simeha, Steve Zheng, Paul-Alexandre Dubois), i due danzatori della Compagnie Humaine (Cécile Robin Prévallée e Pierre Theoleyre) e i due virtuosi percussionisti Miguel Angel García Martín e Jeanne Larrouturou.

Fra i nuovi lavori, anche quelli decisamente più tecnologici del danese Simon Steen Andersen e dell’olandese Michel van der Aa. Del primo al Piccolo Teatro dell’Arsenale si è visto The Return (a.k.a. Run Time Error @ Venice feat. Monteverdi) un lavoro composito costruito attraverso un’accattivante e divertente interazione fra performance live e immagini video, realizzate dallo stesso Andersen negli spazi dell’Arsenale di Venezia nello scorso febbraio. Sfuggendo alla definizione classica di compositore concentrato solo sulla dimensione musicale, il lavoro di Andersen combina elementi diversi del teatro musicale mettendo al centro un “objet trouvé” largamente virtuale come Il ritorno di Ulisse in patria di Claudio Monteverdi, di cui oggi non conosciamo che immagini riflesse come sull’acqua della città dove vide la luce nel 1640: scomparsa la partitura originale (conosciamo quest’opera solo grazie un manoscritto di un secolo successivo), distrutto da secoli lo spazio teatrale che ne accolse la creazione, del resto non del tutto certo. Nello stravagante e a tratti surreale omaggio a Monteverdi e alla grande rivoluzione veneziana del dramma in musica seicentesco, The Return convince soprattutto per il riuscito amalgama fra la dimensione tecnologica del progetto e la realizzazione musicale con tutti i crismi della moderna filologia (fatta salva qualche licenza poetica contemporanea) affidata ai bravi musicisti del VenEthos ensemble diretti dal violoncellista Massimo Raccanelli e ai tre interpreti vocali il soprano Giulia Bolcato, il basso Davide Giangregorio e il tenore Anicio Zorzi Giustiniani, protagonista anche di uno spassoso siparietto in stile “American entertainer” nei panni di Iro.

Costruito su una simile interazione fra performance live e immagini video, convinceva invece meno The Book of Waterdi Michel van der Aa, che riproponeva un format già ampiamente sperimentato dal compositore, ad esempio anche in Blank Out riproposto pochi anni fa al Festival di Aix-en-Provence). Questo nuovo lavoro è, di fatto, una trasposizione del romanzo breve Der Mensch erscheint im Holozän. Eine Erzählung (L’uomo dell’Olocene nella versione italiana) dello svizzero Max Frisch, che narra dello sprofondamento di un uomo anziano nella demenza. Il Signor Geiser vive in una casa in una valle isolata del Ticino mentre fuori una pioggia continua a cadere. Come l’acqua lava via le tracce del paesaggio, così i ricordi e la memoria di una vita svaniscono lentamente nella mente di Geiser, che si appiglia a ritagli delle più varie disparate nozioni enciclopediche sempre più confusi e insensati. Alla scrittura scomposta in forma di frammenti di Frisch, ripresa in maniera quasi intatta nel monologo “live” del coinvolgente attore Samuel West sul palcoscenico del Teatro Goldoni, contrasta la linearità del racconto per immagini senza parole del video, realizzato con cura cinematografica dallo stesso van der Aa con protagonista Timothy West, padre dell’attore recitante. Sul lato del palcoscenico, il quartetto d’archi (amplificato) dell’Ensemble Modern con i violini di Jagdish Mistry e Giorgos Panagiotidis, la viola di Megumi Kasakawa e il violoncello di Eva Böcker, esegue il commento musicale sempre gradevole e rassicurante composto da van der Aa come le due arie registrate nel video con la voce del soprano Mary Bevan, la figlia Corinne nel racconto per immagini, che amplificano il portato emotivo del racconto in maniera simile alla colonna sonora di un film, restando tuttavia sulla superficie della drammaturgia del lavoro. Alla fine, resta una domanda: perché non fare semplicemente un film?

Alla definizione di “performative installation” apparteneva Sleep Laboratory concepita e diretta del tedesco Alexander Schubert e realizzata da We Are Visual di Marc Einsiedel e Felix Jung per la parte scenografica e dal Multimedia Kontor di Amburgo di Leonhard Onken Menke e Sebastian Olariu per il video VR/360. È un’autentica esperienza virtuale guidata che riguarda la percezione di sé come entità esterna, come in un sogno del quale si è protagonisti. In uno spazio quasi intimo con un letto e un seggiolino, gli spettatori in coppie dotati di visore e auricolari vengono guidati da un performer attraverso un viaggio nella realtà aumentata di circa un’ora con qualche interazione. Anche se comincia a diventare piuttosto frequente, in questo tipo di esperimenti la tecnologia tende a dominare la dimensione più strettamente artistica, sia dal lato della creazione che della fruizione da parte degli spettatori. Insomma, l’impressione è sempre quella di prendere parte a un gioco nel quale si stenta ad apprezzare il contributo strettamente artistico. Ma magari è solo una questione di tempo.

Nel teatro musicale contemporaneo, secondo la direttrice artistica Lucia Ronchetti, c’è anche spazio per due generi antichi come la sacra rappresentazione e il madrigale rappresentativo. Al primo apparteneva il nuovo lavoro commissionato dalla Biennale all’estone Helena TulveVisions, andato in scena, per così dire, fra l’oro dei mosaici della Basilica di San Marco. Il lavoro nasce dalla combinazione di brani dal Vangelo gnostico di Maria Maddalena con i frammenti di una sacra rappresentazione recuperati nel 1993 dal sacerdote e musicologo Giulio Cattin nell’archivio di Santa Maria della Fava, epicentro dell’attività della succursale veneziana della Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri, e ripropone la una versione dialogata del pianto della Vergine e del rito della visita al sepolcro delle tre Marie. Più che nella struttura drammaturgica dal tratto marcatamente ieratico, che non prova nemmeno a cucire i frammenti in un corpo organico, la forza del lavoro sta nell’elaborata scrittura vocale per le voci di Vox Clamantis e della Cappella Marciana, che guarda alla gloriosa tradizione marciana ma anche alle esperienze più recenti di molti compositori baltici, cui si aggiunge l’accompagnamento musicale di piccoli gruppi struumentali dell’Ensemble Barocco del Conservatorio “Benedetto Marcello” di Venezia e strumenti della tradizione baltica come la nyckelharpa (Marco Ambrosini e Angela Ambrosini) e il kannel (Anna-Liisa Eller, anche alle percussioni). Si è trattata anche di un’autentica sfida, vinta comunque, per i direttori Jaan-Eik Tulve, Marco Gemmani e Francesco Erle guidare i numerosi interpreti distribuiti nei labirintici anfratti della Basilica e fatti muovere dal regista Marius Peterson per dilatare gli effetti acustici più che per seguire i fili di una inesistente narrazione.

Visions (Foto Andrea Avezzù)
Visions (Foto Andrea Avezzù)

Quanto al madrigale rappresentativo, si restava comodamente nel tradizionale recinto definito Adriano Banchieri e della sua raccolta di “dilettevoli Madrigali à cinque voci” raccolti nella celebre Barca di Venetia per Padova giacché né la compositrice belga Annelies Van Parys né la librettista Gaea Schoeters tentavano una sintesi , peraltro molto ardua già sulla carta, con il loro supplemento contemporaneo dal tono vagamente politico nel loro Notwehr presentato in prima assoluta nella sontuosa Sala capitolare della Scuola Grande di San Rocco. Il dialogo spesso serrato delle due protagoniste, l’attivista (Johanna Zimmer) e la donna comune (Els Mondelaers), rinchiuse in un carcere per motivi politici la prima e per aver evirato il marito la seconda, non dialoga se non occasionalmente e in maniera del tutto accessoria con i madrigali di Banchieri, eseguiti dal quintetto vocale Venetiaeterna (Silvia Porcellini, Elisabetta Cuman, Miranda Ying Quan, Giacomo Schiavo e Francisco Augusto Bois) diretto con competenza da Francesco Erle. L’essenziale allestimento curato da Sjaron Minailo accentua anche di più, se possibile, la schizofrenia drammaturgica del lavoro, concentrandosi esclusivamente sulla drammatizzazione del dialogo delle due prigioniere rinchiuse in una grande gabbia al centro del salone ed estromettendo completamente il quintetto vocale dall’azione scenica. Aggiunge poco valore anche la strumentazione minimalista eseguita dall’ERMESensemble.

Per il gran finale della Biennale 2022 si è andati sul sicuro riproponendo al Teatro alle Tese il collaudatissimo Experimentum Mundi di Giorgio Battistelli, cui spettava dunque anche la chiusura della rassegna veneziana, questa volta sul podio come direttore di un’orchestra stranissima. Dopo più di 400 esecuzioni in oltre quarant’anni di vita, funziona ancora meravigliosamente questa “opera di musica immaginistica” per un attore (Peppe Servillo), quattro voci naturali di donne (Paola Calcagni, Flora Molle, Rosa Pulcini, Anna Rita Severini), un piccolo esercito di sedici artigiani (i vigorosi bottai Alfredo e Fabio Sannibale, i falegnami Roberto Festuccia e Alberto Casini, il pasticciere Marcello Di Palma, i selciaioli Oberdan Carpineti e Pietro Melelli, i muratori Ciro Paudice e Wladimiro Carpineti, i fabbri Gianni e Marco Sannibale, gli arrotini in bici Aldo Sardilli e Luigi Battistelli, i ciabattini Enzo Iezzi e Luigi Diotavelli e lo scalpellino Francesco Campanella) e un percussionista (Nicola Raffone). Celebrazione del lavoro non priva di una nota nostalgica per una scienza antica che lentamente si perde, la composizione di Battistelli è stata presentata, come sempre, nella sua teatralissima nudità, fatta dei puri gesti degli artigiani e da una sapiente arte del fare musica anche con strumenti non strettamente musicali (percussioni a parte). Unico “lusso” era il disegno luci di Angelo Linzalata, che dava risalto alle antiche pareti di mattoni di uno spazio un tempo destinato al solo lavoro. Ancora una volta, un successo.

 

 

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