Stockhausen novanta!

Nella Chiesa di S. Agostino a Siena per il Chigiana International Festival omaggio al compositore tedesco tra Xenakis e Battistelli

Chigiana International Festival
Foto di Roberto Testi
Recensione
classica
Chiesa di Sant'Agostino, Siena
Kreuzspiel / Zyklus
27 Luglio 2018

Il prossimo 22 agosto Karlheinz Stockhausen avrebbe compiuto novant’anni. Peccato che se ne sia andato prima. Oggi sarebbe stato sicuramente un vecchio splendido e saggio, lucidissimo nel provocare, scombinare ancora le carte della musica, sul comporre, sulla produzione di teatro musicale, sul fronte delle nuove tecnologie. Cosa che ha fatto tutta la vita in modo quasi feroce contro tutto e tutti: «un’opera deve poter dare qualcosa di nuovo all’umanità oppure non vale la pena di essere scritta». 

Per questo si è beccato del pazzo, inascoltabile, antiarmonico, neotonale, nazista, kitsch… Sta di fatto che, con Cage, Stockhausen è assurto a icona, icona pop del secondo Novecento. Feldman con graffiante ironia lo definì "l’orologiaio", per evidenziare come il concetto di tempo in musica – che per lui è piuttosto arte dello spazio – rappresenti in Stockhausen elemento irrinunciabile nella prassi compositiva.

Proprio il “Tempo” è il tema dell’edizione 2018 del Chigiana International Festival, di conseguenza per la sua ricca programmazione estiva (6 luglio/31 agosto) il direttore artistico Nicola Sani ha attinto a piene mani nello sterminato catalogo del compositore tedesco affiancandoci delle chicche imperdibili. Un regalo per le sue prossime novanta candeline.

Kreuzspiel per pianoforte, oboe, clarinetto basso e 3 percussionisti (1951) è la prima opera di Stockhausen. Per un ventitreenne fresco di studi al Conservatorio di Colonia niente male, una prova di notevole maturità e originalità. Brano che risente della lezione di Messiaen, ne sviluppa il procedimento puntillistico all’interno del serialismo integrale, procedura che qualche anno dopo abbandonerà. Lo caratterizzano in particolare il ruolo delle percussioni del Chigiana Percussion Ensemble (Alessio Cavaliere, Filippo Sinibaldi, Jamil Zidan) che stendono un tellurico tappeto ritmico nel quale si incuneano segmenti di suono, lampi di luce di oboe (Christian Schmitt), clarinetto basso (Yoshua Fortunato) e pianoforte (Luigi Pecchia). Incroci che determinano una griglia sonora sospesa in una fascinosa teatralizzazione. Il tutto sotto l’attenta direzione di Tonino Battista.

Foto di Roberto Testi
Foto di Roberto Testi

Antonio Caggiano conosce bene Zyklus per un percussionista, del ’59. Opera che ha affrontato spesso, lo si capisce dalla naturalezza e autorevolezza con la quale si muove sul palco bifronte posizionato al centro della navata della Chiesa di S. Agostino. É avvolto dalle percussioni, le più disparate, vibrafoni, tom, piatti, gong, campane, triangoli… La composizione è organizzata da Stockhausen con metodi statistici e possiede diversi gradi di indeterminatezza. “Opera aperta” potremo definirla, con un chiaro riferimento a Eco, proprio per la caratteristica di offrire all’interprete ampi margini di autonomia nella decodificazione dei grafismi. Caggiano lo fa con notevole senso della misura e del gesto, nel piacere creativo di poter determinare suoni e scelte pur all’interno di un impianto rigoroso, regalando una performance di notevole coerenza estetica nei colori, nelle sfumature, nei volumi.

Lo stesso Caggiano con Luigi Pecchia al pianoforte e Alessandra Gentile alla celesta affronta Refrain per tre esecutori, sempre del ’59. Opera breve, ripetitiva, anche questa concepita con margini di libero arbitrio per i musicisti, che sorprende per il dialogo morbido, fatto di punti interrogativi, uso della voce in un nascondersi quasi surreale.

Foto di Roberto Testi
Foto di Roberto Testi

Nella serata nella Chiesa di S. Agostino con ospite d’onore Stockhausen apertura e chiusura sono dedicati ad altri compositori con opere degli anni Ottanta che vedono le percussioni come protagoniste.

Okho per 3 djambè di Iannis Xenakis rivela una certa fragilità programmatica. La pulsione regolare, dal forte sapore etnico, degli strumenti africani rimane autoreferenziale, non trasfigura in una idea compositiva che la contenga, le leggi matematiche del “calcolo delle probabilità” che il compositore greco attiva con successo in altre convincenti opere qui rimane più un’intenzione. Molto più coinvolgente Ostinato per tre batterie e organo di Giorgio Battistelli, che poi nel ’96 con Orazi e Curiazi per due percussionisti raggiungerà l’apice di questo percorso. Ostinato va dritto alla ricerca del piacere, del coinvolgimento fisico ma anche mentale. Gli accordi lunghi della tastiera che sta sempre dietro disegnano un fondale visionario e di tensioni che i percussionisti graffiano a rotazione con accelerazioni ritmiche e volumi alti. Non c’è traccia di elementi tribali o etnici, l’ambientazione è marcatamente urbana, notturna. I ritmi della vita.

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