Stockhausen, 10 anni dopo

Il Bologna Festival ricorda il compositore

Recensione
classica
Il cartellone autunnale “Il nuovo / L’antico” del Bologna Festival 2017 si spartisce sui due maggiori anniversari dell’anno: a Claudio Monteverdi (1567-1643) sarà dedicato il mese di ottobre, a Karlheinz Stockhausen (1928-2007) l’intera settimana appena conclusa, con un ampio ciclo di proposte spalmate su sei giorni, fra concerti, proiezioni e riflessioni convegnistiche. L’occasione era celebrare i dieci anni dalla scomparsa del compositore forse più rappresentativo del secondo Novecento; ma nella memoria dei presenti funzionava piuttosto come la rievocazione dei tredici anni trascorsi dalla memorabile “Settimana Stockhausen” che nel novembre 2004 aveva coinvolto le maggiori istituzioni musicali bolognesi, con l’attiva presenza del compositore.

I sei concerti del 18-23 settembre 2017 hanno privilegiato alcune opere tarde e poco note, in cui il laboratorio di sperimentazione infinita di Stockhausen arrivava a lambire il linguaggio minimalista (come in “Natürliche Dauern” per pianoforte, del 2006) o esaltava le potenzialità del corno di bassetto, estrema infatuazione strumentale dell’autore (come in “Uversa”, del 2007), proponendo estratti dal monumentale ciclo “Klang” che lo impegnò negli ultimi anni in una visione ormai sacrale del suono. Ma non sono mancate immagini dello Stockhausen storico (“Kontakte” per pianoforte, percussione e musica elettronica, del 1960), quello della svolta neotonale (“Mantra” per due pianoforti e musica elettronica, del 1970) e persino quello degli esordi compositivi (“Klavierstücke” n. 1-4 per pianoforte solo, del 1952), in una serrata retrospettiva raramente disponibile in Italia. Era così possibile toccare con mano la persistenza nel tempo di alcuni tratti stilistici: l’elaborazione elettronica del suono, preventiva (in studio) o in diretta (durante l’esecuzione); la sua spazializzazione all’interno della sala, che pone l’ascoltatore al centro della sfera acustica; la sperimentazione sul minimo dettaglio sonoro, sulle più inedite combinazioni, come il chimico in laboratorio che accoppia pazientemente gli elementi alla ricerca di una nuova molecola; la verifica del risultato protratta oltre misura, in quelle lunghezze ora divine, ora estenuanti che richiedono all’ascoltatore un’adesione rituale all’evento. Fidi sacerdoti, una schiera di esecutori di notevole livello tecnico, specialisti di tali alchimie: Anna Clementi e Nicholas Isherwood (voce), Miriam Overlach e Marianne Smit (arpa), Michele Marelli (clarinetto e corno di bassetto), Simone Beneventi (percussioni), Vanessa Benelli Mosell, Andrea Rebaudengo, Anna D’Errico, Maria Grazia Bellocchio e Stefania Redaelli (pianoforte), tutti coordinati dalla regia del suono di Alvise Vidolin.

L’immagine generale era la celebrazione di un monumento storico, sottolineata dall’omaggio devoto di sette compositori viventi (Gilberto Cappelli, Alberto Caprioli, Stefano Gervasoni, Adriano Guarnieri, Fabio Nieder, Luigi Sammarchi, Marco Stroppa) che nella cornice dell’Oratorio di San Filippo Neri presentavano all’altare le loro composizioni degli ultimi mesi più o meno “in stile”, a sottolineare la continuità e devozione al guru della Nuova Musica novecentesca, di cui intercalavano i lavori. Un omaggio alla Storia, appunto. Con un dubbio, ormai, sempre più cocente: quella che ci hanno insegnato a chiamare “musica contemporanea” è oggi “contemporanea” a chi? Forse alla generazione “over 50”, che quei fenomeni ha vissuto in diretta e che costituiva la gran parte del pubblico presente in sala, raccoltosi in religioso e forse un po’ malinconico ascolto. Ma il giovane del secolo XXI, quello a cui è riservato il biglietto d’ingresso ridotto, troverà anch’egli, a breve, nelle sale da concerto, la musica a lui contemporanea, altrettanto capace di fare, nel tempo, la Storia?

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