Sognando un nuovo inizio

Inaugurazione insolita del Teatro Massimo di Palermo con Il crepuscolo dei sogni, una antologia fra canto, danza e musica immaginata da Johannes Erath e la direzione di Omer Meir Wellber

 

Il crepuscolo dei sogni (Foto Rosellina Garbo)
Il crepuscolo dei sogni (Foto Rosellina Garbo)
Recensione
classica
Palermo, Teatro Massimo
Il crepuscolo dei sogni
26 Gennaio 2021

Il crepuscolo è la luminosità del cielo a occidente dopo il tramonto. Ma è anche la prima luce che a oriente spegne le tenebre della notte prima del sorgere del sole. È questa la speranza che racchiude il titolo dello spettacolo, Il crepuscolo dei sogni, che ha inaugurato in maniera insolita la nuova stagione del Teatro Massimo di Palermo in questi nostri tempi così anomali. “Il tempo sospeso che stiamo vivendo ci impedisce di celebrare nella maniera consueta il rito dell’inaugurazione della nuova stagione” dice il sovrintendente Francesco Giambrone che a causa della prolungata chiusura dei teatri al pubblico rinvia a tempi migliori il previsto Onegin e affida ai già previsti direttore musicale Omer Meir Wellber e regista Joannes Erath uno spettacolo insolito che coinvolge tutte le compagini artistiche del teatro – l’orchestra, il coro e il corpo di ballo – e invade quegli spazi ancora costretti a restare vuoti.

I tre interpreti previsti nell’opera di Čajkovskij – Onegin, Tat’jana e Gremin – vagano nella platea svuotata seguendo un copione all’apparenza sconnesso alla ricerca di un senso perduto- Il tempo è sospeso. La platea vuota è coperta di neve, una neve artificiale, “elemento alieno” che vuole essere un simbolo del nostro stato, secondo il regista. Su questo gelido paesaggio lunare una fisarmonica intona le note del preludio del terzo atto della Traviata, l’atto della morte di Violetta, vittima fra le più celebri di una patologia respiratoria in un’altra epidemia, più sottile ma non meno mortale di quella che ci spaventa oggi. “Dove sono?” si interroga una donna smarrita e angosciata, che si lascia scivolare nel dolente lamento funebre della Didone di Purcell interrotto dal fruscio di un vecchio disco con le note leggere del valzer della Vedova allegra, come un ricordo da un tempo lontano. “Le labbra tacciono, i violini sussurrano, amami! Ogni passo dice: ti prego, amami!” canta l’uomo, e intanto gli orchestrali prendono posto per accompagnare le parole di Morgen di Richard Strauss, che la donna intona come un canto di speranza: “E domani il sole risplenderà di nuovo e sulla strada che io percorrerò.”

Continua così, nell’alternarsi di ombre e di luci che racconta soprattutto lo smarrimento di un senso, l’inseguirsi di lei, che Carmen Giannattasio disegna con foga drammatica, e di lui, che ha la distaccata eleganza di Markus Werba, attraverso i momenti topici della Violetta verdiana certo ma anche di alcuni momenti musicali notissimi e altri meno noti di Haydn, ancora di Purcell, di Beethoven, di Heymann, dello Schubert della Winterreise (ovviamente!), di Korngold, del Wagner dell’amore assoluto del Tristan und Isolde e ancora del Verdi terribile del Dies Irae coreografato dai Davide Bombana per i danzatori del corpo di ballo del Massimo. Su questo duello si abbattono le incursioni mefistofeliche, “da spirito faustiano della vicenda” (parole di Erath) del basso Alexandros Stavrakakis, a dire il vero piuttosto sfuocate nel contesto e meno coerenti sul piano delle scelte drammaturgiche.

Il gran finale con tutti “in scena” è quello nel cielo di cartapesta pieno di cherubini, di penitenti e di falangi celesti del finale del Prologo del Mefistofele boitiano nella grande sala del Massimo che si riflette nel grande specchio che occupa l’intera platea, sfolgorante delle luci, disegnate dallo stesso Erath, e affollato di presenze – i coristi nei palchi, i danzatori ai bordi della platea e l’orchestra che occupa la scena. Tutti dicono forte che, malgrado tutto, il teatro esiste e resiste.

Ma la riconciliazione più vera e sincera arriva alla fine con il “Pur ti miro” monteverdiano cantato dalla donna e dall’uomo in abiti da sera, finalmente riappacificati, accompagnati ancora dal sono nostalgico della fisarmonica. Fin dall’inizio è Omer Meir Wellber, dal podio o abbracciato alla fisarmonica, che conduce il gioco di questa inaugurazione così stramba, sbilenca eppure creativa, come un consumato mago dei suoni, che si lancia persino nel ritmo vorticoso del klezmer di Velkhes meydl s'nemt a bokher di Chava Alberstein. E poi arriva il buio che, come alla fine di un sogno e di una lunga notte, annuncia che il nuovo giorno sta per incominciare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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