Se Cecilia canta Mozart

Opéra Royal de Wallonie-Liège: Cecilia Bartoli nella Clemenza di Tito

 Clemenza di Tito
Clemenza di Tito
Recensione
classica
Opéra Royal de Wallonie-Liège
Clemenza di Tito
28 Novembre 2022

Tutto esaurito da tempo, il nome di Cecilia Bartoli fa riempire i teatri ed anche il suo spettacolo all’Opera di Liegi è stato un grande successo, personale ma anche di tutti gli altri interpreti scelti con cura così come i componenti de Le Musiciens du Prince-Monaco diretti da Gianluca Capuano, specialisti nel suonare strumenti antichi. Ensemble fondata nel 2016 ad iniziativa della stessa Bartoli, insieme a Jean-Louis Grinda, direttore dell’Opéra di Montecarlo, a cui succederà nel ruolo proprio la mezzo italiana dal prossimo primo gennaio. Si è assistito dunque a Liegi ad una Clemenza di Tito in forma di concerto con delle sonorità antiche, bellissime, con gli strumentisti messi in rilievo nei loro assoli e nei concertanti tanto da avanzare, nel caso del clarinettista (per le parti scritte da Mozart per il clarinetto di bassetto e il corno di bassetto) sino al proscenio, prima insieme a Sesto per la famosa aria virtuosistica “Parto, ma tu ben mio” e poi, pagina altrettanto sublime ma qui d’effetto meno riuscito, con Vitellia nel rondò“Non più di fiori vaghe catene”. Sesto è evidentemente Cecilia Bartoli, a Liegi in gran forma, tutta vestita di triste grigio sino alle scarpe ma scintillante nella voce, se strappa lunghi applausi come c’era da spettarsi per i suoi vocalizzi virtuosi sorretti da lunghi fiati, è la sua espressività che conquista, rende benissimo il personaggio in preda ai tormenti straziati tra fedeltà all’amicizia e dittatura dell’amore, la sua dizione è chiarissima, la voce sicura, a tratti impetuosa, precisa, gli accenti espressivi ci sono tutti, arriva con il giusto volume in sala. Se come persona è sempre allegra e spiritosa qui in scena sfodera un inaspettato, credibilissimo lato tragico, non è per niente diva ma funzionale al personaggio e a tutto il cast con umiltà. La Bartoli è affiancata da un ottimo tenore quale John Osborn nei panni di Tito, peccato che era l’unico che aveva il supporto dello spartito e questo ha reso meno efficace la sua interpretazione, e poi da un terzetto di giovani interpreti tra cui si è fatta ammirare sopratutto il mezzosoprano franco-italiano Lea Desandre nei panni di Annio per la limpidezza della voce, naturalezza e apparente facilità con cui canta la parte. Vitellia è il soprano Alexandra Marcellier, giusto piglio nel dare vita all’egocentrica e tirannica principessa, le capacità per il  virtuosismo ci sono ma il ruolo non è ancora perfettamente a fuoco, manca un po’ di maturità per il personaggio ed è toccante solo sopratutto nel finale quando le rimorde la coscienza ed assume toni più tragici. L’altro soprano è Mélissa Petit che disegna invece anche vocalmente una dolce, onesta e sincera Servilia.  Di Osborn aggiungiamo che la serata è contrassegnata da alcuni suoi momenti ottimi, ad esempio canta con grande passione “Del più sublime soglio” e poi nel finale è accorato e potente nella sua decisione di clemenza nonostante tutto. Un plauso merita infine anche il bravo basso ungherese Peter Kálmán, nel ruolo minore di Publio, assai intenso nella sua aria “Tardi s’avvede d’un tradimento”. Ad accompagnare visivamente la musica soltanto il susseguirsi di alcune scene dipinte di Roma al tempo dei fatti e nel complesso uno spettacolo molto più godile di tanti suoi allestimenti completi recenti. Qui è stata la musica di Mozart e l’interpretazione degli artisti  veramente protagonista, la direzione di Capuano mette bene in risalto le sonorità dei Musiciens con grande varietà, si fanno ben notare in particolare anche il violoncello  e il clavicembalo, bene anche gli interventi del coro, l’ensemble Il Canto d’Orfeo, diretto da Jacopo Facchini.

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