Sant'Anna Arresi, in cerca del "nuovo suono di Porgy & Bess"

Si è chiusa la trentaquattresima edizione di Ai confini tra Sardegna e jazz, con Exploding Star Orchestra, Matthew Shipp e qualche defezione

Exploding Star Orchestra (foto di Luciano Rossetti - Phocus Agency)
Exploding Star Orchestra (foto di Luciano Rossetti - Phocus Agency)
Recensione
jazz
Sant'Anna Arresi
Ai confini tra Sardegna e jazz 2019
30 Agosto 2019 - 08 Settembre 2019

Trentaquattresima edizione per il festival che porta, da una vita ormai, nel Sulcis Iglesiente il meglio della musica creativa mondiale.

Chi scrive è stato presente solo per gli ultimi quattro giorni, per necessità e scelta: il programma con Giovanni Allevi e Ambrogio Sparagna proprio non mi interessava. Peccato che un festival che ha sempre fatto della altissima qualità e della radicalità della proposta un vessillo prenda certi abbagli, peccato che certe scelte discusse non vengano spiegate agli addetti ai lavori, peccato per le tante defezioni (Nicole Mitchell, Jamaladeen Tacuma con Gary Bartz, Robert Irving III, Joshua White, Ben Lamar Gay, tutti cancellati: una riflessione dell'organizzazione è doverosa) ed infine peccato aver perso Burnt Sugar.

Il primo concerto per me è quello di Lonnie Holley: soul cosmico molto elementare, macchie di colore più che pezzi; pare di ascoltare sempre la stessa canzone. Il cantante /tastierista improvvisa indulgendo tra languori e drammi in bianco e nero; colpisce il set con due tastiere da quattro soldi e batteria, al leader non manca un carisma obliquo che però non è sufficiente a colmare le lacune di un set monocromo virato blu che passa senza lasciare traccia. Il musicista è portato in palmo di mano da molti, a me ha detto poco.

Lonnie Holley (foto di Luciano Rossetti - Phocus Agency)
Lonnie Holley (foto di Luciano Rossetti - Phocus Agency)

Con il trio di Matthew Shipp il livello sale, si respira l'aria delle vette. Monk ed Ellington riflessi in specchi cubisti che restituiscono immagini cangianti, frantumate, per uno swing tutto interiore, inquieto e antiretorico, in un eroico e severo tentativo di ampliare, ridurre, distruggere il lessico della tradizione, per darle nuova linfa. Shipp e Michael Bisio (magistrale al contrabbasso) dialogano dentro vortici concentrici; il batterista Newman Taylor Baker a tratti pare estraneo al dialogo, ma quando si lascia andare è implacabile. Una scrittura capace di assottigliarsi fino a scomparire, col leader a scavare nelle viscere del pianoforte per estrarre radici di un suono nerissimo, austero, fluido e rigoroso, liberissimo, filosofico: panta rei. L'urgenza ritmica di Shipp trova un perfetto contraltare nelle parentesi e nelle ipotesi suggerite da Bisio, cocciuto, lievissimo e instancabile nell'indagare ogni lato dell'improvvisazione. Il trio pare animato da un'urgenza finale, come affacciato su un precipizio; dall'altopiano, lo sguardo lucido e folle, partecipe e distaccato, domina le vaste radure dell'intero Novecento. Musica che vive di ossimori, di fertili contrasti, brevi bagliori melodici, lampi di groove sbilenco, eruzioni, scosse telluriche. Un'Africa ricomposta e problematica, accademica e selvatica, che allunga la sua ombra in terre sconfinate che abbracciano il breakbeat (Shipp ha ibridato il suo linguaggio in passato con l'hip hop e con l'elettronica) come il Real Book, la classica contemporanea come schegge bop. Un concerto magistrale, il migliore del (mio) festival.

Matthew Shipp (foto di Luciano Rossetti - Phocus Agency)
Matthew Shipp (foto di Luciano Rossetti - Phocus Agency)

Il giorno dopo in spiaggia a Masainas Shipp in solo nuovamente dà sfoggio del suo magistero, tra cluster, gorghi armonici, standard capovolti con sobrietà, rispetto, lirismo. Il pianista del Delaware (a New York da una vita) parla una lingua talvolta languida ma non c'è spazio per nessuna didascalia nel suo mondo: rivisita il passato (emblematico il caso di "Summertime", buttata a terra, rotta in mille pezzi, raccogliendo poi solo quelli davvero essenziali) entrando nella carne viva dei temi per destrutturarli in modo escheriano. Molto incisivo quando indugia sul registro grave della tastiera tra strappi, rimbrotti, in una sorta di arrocco a difendersi dagli assalti degli alfieri dell'ovvio. Un lungo soliloquio basato su nitide costruzioni, dimostrazione plastica del talento di un pianista il cui unico difetto è forse quello di evocare in alcuni frangenti una certa sensazione di distanza, ma che ha il grande merito di far venire a galla tutte le domande e le inquietudine che il jazz si porta appresso. Eccolo "il nuovo suono di Porgy & Bess" auspicato nel titolo della rassegna di quest'anno.

Il giorno dopo è il turno della Exploding Star Orchestra di Rob Mazurek con un nuovo assetto, con il leader a cornetta e synth modulare, Damon Locks alla voce, Tomeka Reid al violoncello, Joshua Abrams al contrabbasso, Lisa Alvarado all'harmonium, Jason Stein al clarinetto basso, due batterie (Hamid Drake e Mikel Patrick Avery) e l'ottimo Pasquale Mirra al vibrafono. Un mood febbrile e un flusso sonoro punteggiato da vertigini free-rock, come ricevere una telefonata dallo spazio che ci racconta di epica e di diaspora cosmica. Oppure un raga indiano in loop, un gospel irrorato di glitch, una figura di basso minimale, circospetta, notturna, un incedere modale come "Olé" di Coltrane, un'anestesia bellissima, senza effetti collaterali, tra Terry Riley, Don Cherry, i viaggi astrali di Pharoah Sanders e la scienza del suono di Brian Eno, languori siderali, galassie, derive ed universi in espansione. Un set molto ispirato, con Mirra e Reid in grande evidenza.

Rob Mazurek (foto di Luciano Rossetti - Phocus Agency)

All'interno della Exploding abita un'altra formazione, la Natural Information Society di Joshua Abrams, qui al guembri (un cordofono tipico della tradizione gnawa), che tesse semplici figure ritmiche a fungere da impalcatura per le evoluzioni orizzontali di un quartetto completato da Stein al clarinetto, Alvarado all'harmonium e Avery alla batteria, con Drake ospite (a dire il vero in parte fuori contesto) alle congas. Un incontro tra la stasi fibrillante di Steve Reich e il motore immobile della musica africana, una sorta di kraut rituale e primitivo, con un unico lunghissimo pezzo che però non cattura l'attenzione come dovrebbe. Il gioco dell'ipnosi nelle musiche minimaliste si basa su uno scarto molto sottile. In questo caso i musicisti aggiungono troppa acqua a un brodo ritmico che se a volte sa essere primordiale altre invece suona semplicemente troppo poco avvolgente, restando dunque a metà del guado: non abbastanza travolgente da farti perdere il senso del tempo, troppo ricco di elementi (in particolare le congas, ma anche il clarinetto, un poco spaesato nel ruolo di unico strumento in grado di cantare in quell'intrico non sufficientemente fitto o non abbastanza dilatato) ed al tempo stesso povero di fantasia.

Joshua Abrams (foto di Luciano Rossetti - Phocus Agency)
Joshua Abrams (foto di Luciano Rossetti - Phocus Agency)

Se nei dischi e nei progetti passati (ricordiamo l'ottimo Simultonality e la vecchia band di Abrams, Town & Country) la miscela era magica, stavolta l'effetto ipnotico sperato e necessario non arriva. Rimandati.

Chiude il festival un bis della Exploding meno convincente della prima, ma comunque buona, tra parabole galattiche, buchi neri e un'ispirazione meno a fuoco rispetto all'altro, torrido live.

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