Rusalka balla e canta

Sucesso per l'opera di Dvorak all'Opera di Anversa

Rusalka (Foto Filip Van Roe)
Rusalka (Foto Filip Van Roe)
Recensione
classica
Opera di Anversa
Rusalka
12 Dicembre 2019 - 23 Gennaio 2020

Continua l’impegno dell’Opera Ballet fiamminga nell’integrare opera e danza e con la nuova produzione di Rusalka di Dvořák, firmata dal coreografo norvegese Alan Lucien Øyen, l’obiettivo è centrato in pieno.  Øyen, malgrado sia al suo primo impegno nel genere opera, ha saputo mescolare le due modalità d’espressive in un unicum com’è raro vederne, dove le due arti sono perfettamente fuse tra loro con effetto d’arricchimento reciproco.  I cantati principali – Rusalka, il principe, lo Spirito delle acque – hanno un doppio in scena che non solo esprime con il corpo l’interiorità del personaggio ma nei momenti opportuni ne prende per intero la parte e quindi, ad esempio, il Principe tenore canta alla ballerina Rusalka, anche perché quest’ultima, com’è noto, ha sacrificato la voce per il suo amore umano. La fiaba per questo, ma anche per le sue ninfe danzanti ed il ballo a corte, è quindi un’opera che si presta perfettamente ad una tale operazione. 

Le scene, firmate Åsmund Færavaag, non potrebbe essere apparentemente più semplici ed allo stesso tempo efficaci ed eleganti: due alte strutture a lamelle dall’irregolare forma sinuosa e ruotanti che, grazie anche alle belle luci di Martin Flack, suggeriscono il bosco, le onde, le nebbie, un castello ma pure un sentimento di labirinto, di un destino da cui non si può fuggire, e quindi di prigionia. Altrettanto belli e raffinati i costumi di Stine Sjøgren, ma non tutti riusciti perché non si capisce come mai la strega Jezibaba è in abito da sera, al contrario la principessa straniera è vestita talmente dimessamante, e lo sguattero ed il cacciatore sono un po’ troppo macchetticisti.  Alan Lucien Øyen è partito dall'origine, dalla tradizione slava del mito dei Rusalki, i bambini illegittimi che sono stati annegati e si librano sull'acqua come spiriti. Questo spiega la prima scena in cui si vede un neonato abbandonato nell’acqua e la presenza della bambina che nel libretto non c’è. Evento iniziale che potrebbe anche spiegare l’attrazione di Rusalka per gli esseri umani, perché da li proviene. Ma umana non è più, e non potrà più completamente esserlo. Il primo cantante poi ad entrare in scena è il basso georgiano Goderdzi Janelidze nel ruolo di Vodník, padre di Rusalka e Spirito delle acque, bella voce potente, ben impostata, luminosa nella sua profondità, perfettamente nella parte, davvero un piacere ascoltarlo e vederlo. Al suo fianco il ballerino Matt Foley che ne esprime i tormenti interiori.  Non convincente invece, malgrado le doti vocali, il soprano sudafricana Pumeza Matshikiza che tratteggia una Rusalka con poche sfumature, molto ombrosa, che non fa sognare nella meravigliosa aria “Inno alla Luna” del primo atto. Attira tutti gli sguardi invece la Rusalka straziante della bravissima ballerina solista Shelby Williams. Il ruolo del principe è stato poi affidato al tenore sudcoreano Kyungho Kim, ancora un po’ acerbo ma in crescendo durante lo spettacolo, sempre più sicuro e immedesimato nella parte che divide con il ballerino Morgan Lugo. La mezzosoprano olandese-svizzera Maria Riccarda Wesseling è invece una incisiva e godibilissima strega Ježibaba e pure il soprano belga Karen Vermeiren intrepreta benissimo la furba principessa straniera. Sul podio il direttore lituano Giedrė Šlekytė, la prima delle tre direttrici d’orchestra donna che l’Opera Ballet Vlaanderen ha previsto per questa stagione, che regala una lettura intensa e molto accurata della musica di Dvořák. Peccato solo per il coro che si sente da lontano un po’ troppo  indistinto. 

 

 

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