Percorsi di jazz a Bologna

Fra Museo della Musica e Angelica, una maratona di musiche creative: Cosmicomics, Emanuele Maniscalco, Biagio Marino e Zeno De Rossi

Biagio Marino e Zeno De Rossi (foto Massimo Golfieri)
Biagio Marino e Zeno De Rossi (foto Massimo Golfieri)
Recensione
jazz
Bologna
Cosmicomics, Emanuele Maniscalco, Biagio Marino e Zeno De Rossi
05 Ottobre 2023

Metti un tardo pomeriggio-prima serata a Bologna: tre concerti tre a cinque minuti a piedi di distanza l’uno dall’altro in pieno centro città, altrettante occasioni per ascoltare suoni creativi, non omologati, con musicisti italiani (e non solo) talentuosi e dotati di visione.

Si comincia con Cosmicomics, sestetto che mette in musica le Cosmicomiche di Italo Calvino (il 15 ottobre cade il centenario della nascita), con la contrabbassista di San Francisco Lisa Mezzacappa a dirigere una squadra dove, a parte il batterista Jordan Glenn (già ammirato nel trio di Fred Frith), tutti gli altri sono musicisti che conosciamo bene: Marta Raviglia alla voce, Piero Bittolo Bon a sassofoni ed elettronica, Giorgio Pacorig a Fender Rhodes e Moog, Nazareno Caputo al vibrafono.

Mentre sullo schermo scorrono le immagini di Charles Woodmann aka viDeo saVant, la piccola orchestra ci porta per mano in un mondo grondante stimoli e suggestioni, così colmo di dettagli che del concerto bisognerebbe fare la radiocronaca, come fossimo a Tutto il calcio minuto per minuto.

E allora, ci proviamo, consci di non avere il ritmo di Francesco Repice, ma tant'è. Spetta a Raviglia recitare frammenti dei racconti sull’origine del mondo, le prime parole sono: “Diventava una cosa. E mi faceva senso”. La musica? Astrazioni nebulose e poi uno sghembo mood latina che non fa prigionieri, per poi virare in un avant-jazz dionisiaco e incalzante, punteggiato dal vibrafono.

Sirene, colpi di basso come dalla stiva di un veliero, uno swing dispari e lunare. “Nessuno di voi sa cosa significhi cadere”: un tema dal sapore ornettiano accennato e poi un racconto su amori, prospettive, linee parallele, cosmiche.

La musica è ariosa, molto ben bilanciata tra parentesi dilatate, riflessive e frangenti più serrati. “Che ci fosse lo spazio, nessuno lo sapeva. E il tempo, idem.”

La leader conduce con discrezione e piglio sicuro l’ensemble che si muove con naturalezza in strutture che hanno una forma simile a quella dei racconti che mettono in scena. Pacorig al Moog si abbandona a suoni che ricordano i momenti più space della compilation Universal Sounds Of America; scomposizioni para-elettroniche, un’atmosfera à la Steve Lehman con Bittolo Bon sugli scudi.

La sfrenata, lucidissima fantasia di Calvino trova un perfetto corrispettivo in una musica articolata ma non complicata, accogliente ed avventurosa, perfetta per immaginare: “ I compagni travolti, che dondolavano come un grappolo dal tralcio.” Un tema cantabile, una melodia nitida che poi lascia spazio a un bop a mille all’ora. "Fluttuavamo senza il senso della direzione”. Un pugno di note di contrabbasso, luci di vibrafono, il Rhodes distorto ad affilare un riff ripido, in modalità Tim Berne.

Swing, invenzione, contaminazione, ipotesi, tesi, antitesi: un concerto che ti porta in uno scintillante labirinto da cui non usciresti mai. “Dilatando la mia superficie, aumentavo le possibilità di contatto tra me e questo fuori di me, così prezioso.” Inserito nel programma di Good Vibrations: il Novecento raccontato tra parole e musica, il concerto è parte della rassegna #novecento: musiche da un altro millennio, al Museo della Musica. Per conoscere tutti gli appuntamenti fatevi un giro qui.

Tempo di applaudire e poi via di corsa al Teatro San Leonardo, a pochi passi, dove, senza pause tra un set e l’altro, all’interno della decima stagione del Centro di Ricerca Musicale, tocca prima ad Emanuele Maniscalco e poi a Biagio Marino e Zeno De Rossi mostrare i frutti del proprio lavoro.

Maniscalco si esibisce a batteria e piano verticale, alternando parti scritte e improvvisate. Lavora sul piatto con l’impugnatura della bacchetta, con l’altra sul piano, poi si accende un groove che riaccende memorie Massive Attack: languori sparsi, rarefatti.

Espressivo alla batteria, al pianoforte talora forse un filo retorico. Poche note, ambient boreale, Væver (questo il nome del progetto), è una teoria di haiku, di sketch che fanno venire in mente Mark Hollis, Eve Risser, Alva Noto in combutta con Sakamoto, per come riesce a tessere una specie di elettronica (nell’intenzione, nel mood) acustica.

La frammentarietà, senz’altro voluta, è però a tratti anche in parte un limite. Le nostre orecchie indossano un vestito confezionato con cura sartoriale e grande attenzione al dettaglio: la musique d’ameublement di Satie, un blues per un satellite alla deriva, sentori di trip-hop (qualcuno si ricorda gli Alpha?).

Un che di elegiaco e di distante dona commossa perfezione a questo abito, sul quale però non sarebbero state male due macchie e qualche schizzo di fango (ad esempio in forma di elettronica spuria). Chiude una sorta di carillon con la bacchetta sulla cordiera del piano: molto buona la capacità di dare profondità ai suoni, percepibile la verità da cui sgorgano queste idee.

Appena il tempo di tirare il fiato ed è il turno del duo del chitarrista Biagio Marino (è uscito in questi giorni Figura, il nuovo lavoro del suo trio BJ Jazz Gag per la Fonterossa di Silvia Bolognesi) con Zeno De Rossi alla batteria.

Un drone sottile e insinuante, i tamburi suonati con le mani, un mood esplorativo che conferma il talento peculiare di Marino, chitarrista con una voce riconoscibile e solida, matura, che rifugge qualsiasi retorica ed è libero di lanciarsi, avendo come paracadute cotanto complice ad occuparsi del ritmo. Dotato di tocco e scrittura, come da titolo del loro unico disco dell’anno scorso (Break Seal Gently, sempre su Fonterossa), rompe con delicatezza il sigillo di lettere che sembrano essere state spedite a musicisti tra i più disparati e che spesso e volentieri (ed è un bene, per tornare a quanto scriveva recentemente Luca Canini a proposito del jazz e del racconto che se ne fa) poco o nulla hanno a che fare col jazz.

A chi scrive, ascoltando i riff e le invenzioni di Marino, soprattutto nei rari e calibrati momenti di esplosione, vengono in mente, e non è la prima volta, Jeff Buckley, oppure i Meat Puppets.

Ecco che il cronista ha appena preso questi appunti e parte però un numero che convoca il Miles altezza Bitches Brew e gli Storm & Stress. Buon segno quando una musica smentisce in diretta chi cerca di afferrarla e definirla in qualche modo e forma. Molto varie le suggestioni che arrivano da composizioni lievissime, portate in punta di dita eppure tutt’altro che fragili e incerte,anche grazie alla sapienza di De Rossi nel portare il groove.

Un mood vagamente oppiaceo, come una Night in Tunisia sparata nello spazio e rallentata dall’uso di qualche strano allucinogeno, poi ombre di bossa, Arto Lindsay, un blues destrutturato e visto con le lenti di Fripp, e poi naturalmente anche Frith, per come suona la sei corde, capace di diventare altro da sé grazie ad un uso creativo, intelligente e misurato di loop e pedali.

Un duo che meriterebbe di trovare spazio nelle programmazioni dei festival, italiani e non solo.

Qui potete dare un’occhiata alla prima parte della stagione musicale di Angelica, che avrà il suo clou con gli eventi dedicati ai 70 anni di John Zorn con una tre giorni di concerti tra Modena, Reggio Emilia e Bologna.

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