Nouvelles Suites in abbazia

Bach, hip-hop e molta musica barocca italiana nella terza tappa del Festival di Ambronay

Les Arts Florissants (foto Bertrand Pichène)
Les Arts Florissants (foto Bertrand Pichène)
Recensione
classica
Ambronay
Festival d'Ambronay - Nouvelles Suites
10 Settembre 2021 - 03 Ottobre 2021

Con il suo terzo fine settimana il Festival di Ambronay che si svolge nella storica abbazia benedettina trasformata in Centre Culturel de Rencontre (CCR) ed è stato intitolato ‘Nouvelles Suites’ è entrato nel cuore della sua programmazione, che si concluderà  nei primi giorni di ottobre con una rassegna dei  giovani ensemble sostenuti dal progetto europeo Eeemerging, e non poteva esserci inizio migliore di quello offerto da Emmanuelle Bertrand che ha eseguito le prime tre suite per violoncello solo di Bach in ordine inverso rivelando ogni minimo dettaglio di questo capolavoro della storia della musica.

Emmanuelle Bertrand (foto Bertrand Pichène)
Emmanuelle Bertrand (foto Bertrand Pichène)

Grazie alla straordinaria sensibilità e musicalità della violoncellista francese, le suite sono apparse sotto una nuova luce, capace di far danzare ogni singola nota con agilità secondo una stringente logica musicale, a partire dalla gioiosa energia della terza in do maggiore, seguita dalla introspezione meditativa della seconda in re minore, durante la quale verso le battute finali della sua giga i crini dell’archetto barocco hanno ceduto interrompendone il flusso cadenzante. Dopo un iniziale momento di stupore dell’artista e del pubblico, Bertrand si è alzata per prendere l’archetto moderno dalla custodia dello strumento e ha ripreso a suonare dal punto della forzata interruzione. Questo piccolo incidente di percorso ha offerto al pubblico la possibilità di scoprire quanto il tipo di archetto può influenzare l’articolazione del suono del bellissimo violoncello di fattura veneziana del 1730 che ha spinto l’artista a cimentarsi con la metafisica sonora bachiana. Così la prima suite è risultata meno profonda, al contrario della esecuzione fuori programma della sarabanda della quinta suite in risposta alla richiesta del bis da parte del pubblico. Qui si è confermata la straordinaria qualità dell’artista che non ha cercato un epidermico saluto di facile ascolto, ma un momento di intenso e indimenticabile raccoglimento creato dal clima dolente quasi desolato di questo movimento interpretato con tale commovente intensità da lasciare la sala a lungo in silenzio, prima del grande applauso finale.

Ma la prima giornata del terzo fine settimana si è conclusa in modo roboante con il concerto dell’ensemble I Gemelli, fondato da Mathilde Etienne e Emiliano Gonzales Toro nel 2019, dedicato alla interessante figura di Margarita Cozzolani, monaca e poi badessa del convento benedettino di Santa Redegonda a Milano con il nome Chiara, e cantatrice, maestra di cappella e compositrice. Tre delle sue quattro raccolte di musiche sacre pubblicate verso la metà del Seicento sono sopravvissute, compresa la più importante e ultima dei Salmi a otto voci, mottetti e dialoghi, stampata a Venezia nel 1650. Il gruppo diretto dal tenore di origine cilena ha costruito un programma di impronta monteverdiana intitolato ‘Vespri della Vergine’, costituto dall’alternanza di salmi policorali e di mottetti, racchiusi da una prorompente ed impetuosa esecuzione del Domine ad adjuvandum me festina iniziale e del Magnificat secondo finale. Ma gli affetti e i madrigalismi presenti in questa musica sono emersi dalla dimensione più intima dei motetti a una o due voci come O Maria, tu dulcis per tenore, Salve, o regina per due soprani e O quam bonus es per soprano e tenore piuttosto che dalla fragorosa concertazione generale.

I Gemelli (foto Bertrand Pichène)
I Gemelli (foto Bertrand Pichène)

Ancora Bach nel concerto serale della seconda giornata, presentato dall’ensemble Les Arts Florissants diretto da Paul Agnew e dedicato a tre cantante giovanili: la dolente  Gottes Zeit ist die allerbeste Zeit BWV 106, con il suo particolare organico strumentale costituito da due flauti dolci, due viole da gamba e il basso continuo e il suo bellissimo duetto del penultimo movimento; la gioiosa Nach dir, Herr, verlanget mich BWV 150 considerata una delle prime scritte dal compositore e con la predominanza del coro all’interno del quale risalta il trio del quinto movimento;  e Christ lag in Todesbanden BWV 4, quest’ultima messa confronto con quella omonima di Johann Kuhnau, il suo predecessore nel ruolo di kantor della chiesa di San Tommaso a Lipsia, confronto che ha messo in grande evidenza la capacità innovativa e la varietà di struttura che Johann Sebastian Bach ha indelebilmente impresso a questo genere musicale. Il concerto, che ha registrato il tutto esaurito ed è stato acclamato a lungo dal pubblico, è il primo di una serie intrapresa da Paul Agnew che sarà dedicata a Bach secondo la successione cronologica della sua carriera.

Ma prima di arrivare all’intensa spiritualità bachiana la giornata è stata caratterizzata da altri due concerti, a cominciare da quello dell’ensemble Clematis dedicato alle musiche per violino di compositori attivi a Venezia a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento, con l’avvicendarsi dei dialoghi prevalentemente a quattro ad esprimere gli affetti trasposti sul piano strumentale. I momenti più interessanti di questo impeccabile concerto sono stati quelli della Sonata in Ecco con tre violini di Biagio Marini, di cui solo il primo in vista, come prescritto all’epoca dal suo autore, e gli altri due celati al pubblico a ripetere prima l’uno e poi l’altro con minore intensità l’eco della frase musicale scandita dal primo violino, e ancora l’elaborata e affascinante Sonata decima settima in Ecco di Dario Castello.

Dall’atmosfera sonora del barocco veneziano si è successivamente compiuto il salto nell’attualità di un’altra città profondamente legata al mare, come Marsiglia, con l’originale proposta di rivisitazione della musica barocca intitolata ‘Qui-vive!’ fatta dalla Compagnie Rassegna diretta da Bruno Allary, che ha creato una sorta di originale cortocircuito tra passato e presente con un dialogo e una interazione tra linguaggi e stili musicali differenti, fra tradizione orale, elettronica, e hip-hop. Il programma costituito da composizioni prevalentemente di autori italiani, come Frescobaldi, Landi, Merula e Monteverdi, oltre che francesi, e suddiviso in tre parti dedicate all’amore, alla follia e alla morte (per amore), è stato eseguito alternando chitarre, viola da gamba, flauti, tra cui il flauto contrabbasso Paetzold, e percussioni, interagendo con lo scratching e il sampling della dj turntablist L. Atipik.

L’interessante contrasto con i due concerti della seconda giornata è il segno di una attenzione particolarmente evidente in questa edizione del Festival di Ambronay nei confronti delle culture musicali contemporanee urbane e delle sue espressioni giovanili, che nelle intenzioni della nuova direttrice generale Isabelle Battioni, mira ad attirare nuovo pubblico verso le attività del CCR.

None Quartet (foto Bertrand Pichène)
None Quartet (foto Bertrand Pichène)

L’ultima giornata del fine settimana è iniziata con un raffinato e poetico spettacolo rivolto alle famiglie, che è poi stato replicato più volte il giorno seguente per gruppi di bambini della scuola primaria, proposto dalla Compagnie None Quartet, e costruito a partire da La Boîte à joujoux, la composizione dedicata all’infanzia di Claude Debussy, rivisitata attraverso l’arrangiamento per quattro clarinetti di Philippe Leloup.

Infine il successo annunciato di un gruppo che ha mosso i suoi primi passi ad Ambronay per poi raggiungere la fama internazionale, L’Arpeggiata, attraverso il quale da molti anni Christine Pluhar reitera la sua passione per i bassi ostinati e in particolare per le ciaccone che sono divenute il suo marchio di fabbrica. Al centro del programma del concerto intitolato ‘Miracolo d’amore’, una selezione di arie d’opera di compositori italiani attivi nel Seicento interpretate da Valer Sabadus che ha brillato soprattutto in quelle più lente e raffinate, come l’elegante e sensuale “Dormite, o pupille” di Pietro Andrea Ziani, o “Lumi, potete piangere” di Giovanni Legrenzi, potendo contare sulla cantabilità dell’alter ego strumentale rappresentato dal cornetto di Doron David Sherwin, vera e propria colonna del gruppo.

Valer Sabadus & L’Arpeggiata (foto Bertrand Pichène)
Valer Sabadus & L’Arpeggiata (foto Bertrand Pichène)

Ora la scommessa è puntata sul prossimo fine settimana quando i sette giovani ensemble sostenuti dal programma Eeemerging+ si presenteranno progressivamente per la prima volta nella sala grande, ossia la chiesa abbaziale di Ambronay dove negli anni si sono esibiti i gruppi che sono divenuti le eccellenze della scena internazionale della musica antica. Il primo ad esibirsi sarà l’Ensemble filoBarocco, l’unica formazione italiana, che nel suo concerto ‘Vivaldi & Other Good Stuff!’ intonerà anche melodie della tradizione irlandese. Le sorti del finale della 42° edizione del Festival sono interamente affidate a questi gruppi provenienti da tutta Europa, ed è probabile e auspicabile che sia l’inizio di nuove carriere e di ulteriori nuove suite.

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