Nel panfilo di Mustafà 

Per il Carnevale veneziano il Teatro La Fenice presenta un nuovo allestimento dell’Italiana in Algeri di Rossini

L’Italiana in Algeri (Foto Michele Crosera)
L’Italiana in Algeri (Foto Michele Crosera)
Recensione
classica
Venezia, Teatro La Fenice
L’Italiana in Algeri 
24 Febbraio 2019 - 05 Marzo 2019

Italiani, popolo di santi, poeti e navigatori. Navigatori, appunto. Come nella nuova Italiana in Algeri che al Teatro la Fenice ha allietato il Carnevale veneziano con un breve ciclo di recite e allungato l’elenco di titoli rossiniani per il repertorio a venire. Aggiornata ai primi anni del ’900 con un tocco di esotismo immaginato come nei film di Rodolfo Valentino ma in un ambiente molto marino, questa Italiana si apre davanti alla fiancata azzurra del gigantesco panfilo del capriccioso Mustafà, che cela ambienti arredati con opulenza mediorientale e ogni genere di comfort, fitness e sauna compresi. Mentre si svolge il maldestro corteggiamento del vanitoso quanto stolido Mustafà in un viavai fra le cabine del panfilo come in un film dei fratelli Marx, gli italiani chiusi nelle stive attendono il riscatto, che avviene a bordo di bianche scialuppe grazie alla risoluta Isabella. Non mancano le idee in questo spettacolo allestito con risorse interne al teatro veneziano con la regia del direttore della produzione Bepi Morassi, le scene del direttore dell’allestimento scenotecnico Massimo Checchetto e i costumi del capo sartoria Carlos Tieppo. Non mancano qualche incongruenza più di un inciampo, ma è davvero difficile tenere il passo dello scatenato ritmo rossiniano. 

 

Dalla buca, il direttore Giancarlo Andretta non eccede quasi mai sul piano del brio ma vola nelle strette, mai troppo precise. Se zoppica un po’ nella nervatura ritmica, il punto di forza del Rossini di Andretta è nel ricamo strumentale (cui si aggiunge anche lo spiritoso accompagnamento dei recitativi del fortepiano di Roberta Ferrari) e nella grande cantabilità, che trova una sponda in una locandina ben assortita, con poche sorprese e molti punti di forza. Su tutti, si impone l’Isabella di Chiara Amarù: bel timbro scuro, agilità impeccabili, autorità scenica da primadonna rossiniana che sigla con un’imperiosa (e applauditissima) “Pensa alla patria”. Maschere divertenti i suoi partner, dal Mustafà del basso Simone Alberghini, atletico nel fisico ma non troppo nelle agilità vocali, al Taddeo di Omar Montanari, buffo con misura come nella migliore tradizione nostrana, e al Lindoro di Antonino Siragusa, dalla voce ancora fresca e ricca di slancio anche se con qualche forzatura nei sovracuti. Funzionano bene anche Giulia Bolcato, una particolarmente piagnucolosa Elvira, Chiara Brunello come Zulma, e William Corrò nei panni di un Haly chauffeur. Ha l’aria di divertirsi molto il Coro maschile del Teatro La Fenice, particolarmente sonoro e vitale. Si diverte anche il pubblico accorso numeroso in tutte le recite. Buon successo. 

 

 

 

 

 

 

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