Mehldau il piacione

Il trio del pianista chiude a Prato Metastasio Jazz 2014

Recensione
jazz
Metastasio Jazz Prato
03 Marzo 2014
Dedicata al jazz cameristico, la diciannovesima edizione di Metastasio Jazz di Prato non poteva che concludersi con il trio di Brad Mehldau, icona di raffinatezze dal retrogusto classico. Il pianista americano conferma come per lui, da tempo, il linguaggio jazz risulti uno scolorito ricordo giovanile, come l’accademismo abbia oramai rosicchiato quelle geniali tentazioni di incontro con la cultura musicale afroamericana che qualche anno fa ci travolse. Mehldau con la tastiera potrebbe fare quello che vuole, ma ha scelto di immolarsi dentro una classicità appiccicosa e piaciona, che riempie i teatri ma propone una musica fondamentalmente ferma, che si guarda allo specchio e non scalda il cuore. Un’estetica che non scava problematiche, introspezioni, ma rimane in superficie, non apre mondi nuovi, dà risposte consolatorie, non guarda avanti. Ascoltarlo sul palco del Metastasio fa anche riflettere sulla concezione – chiamiamola pre-evansiana – che Mehldau possiede riguardo alla forma trio. Da anni questo straordinario e delicato meccanismo creativo ha modificato i propri equilibri interni a favore di uno spiccato sviluppo paritario. Il pianista conferma invece ruolo leaderistico confinando i compagni di viaggio ad una funzione accompagnatrice spezzata solo da brevi soli. Un vero peccato perché sia Grenadier che Ballard sono due musicisti sopraffini, che potrebbero portare la musica verso sviluppi impensati. Insomma, non ci piace il Mehldau che recita la parte del guru, che fa stretching e la posizione del loto sullo sgabello. Non ci piace il Mehldau che usa la sola parte centrale della tastiera e, sia che affronti standard, canzoni pop, brani originali, omologa tutto con soluzioni insipide. Nemmeno quando spruzza accordi blues perché si ricorda di suonare in una rassegna jazz.

Interpreti: Brad Mehldau: pianoforte; Larry Grenadier: contrabbasso; Jeff Ballard: batteria.

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