Médée: i bambini ci guardano

Scala: successo per Michele Gamba sul podio

Médée (Foto Brescia e Amisano)
Médée (Foto Brescia e Amisano)
Recensione
classica
Teatro alla Scala, Milano
Médée
14 Gennaio 2024 - 28 Gennaio 2024

Bene ha fatto la Scala a proporre Médée, dopo più di sessant'anni e per la prima volta nella versione originaria francese; si evita così il raffronto con la mitica interpretazione di Maria Callas e si scopre quanto il libretto francese sia consono all'opera di Cherubini. Neoclassica, in sintonia col nascente potere napoleonico (il trattato di Campoformio con l'Austria è sette mesi dopo la prima del 13 marzo 1797 al Théâtre Feydeau di Parigi), quanto al soggetto si richiama alle radici della tragedia di Euripide tramite Corneille, mentre per la musica è debitrice di Gluck e del mozartiano Idomeneo. Un bel groviglio per l'ascoltatore, per di più alle prese con la regia di Damiano Michieletto che ha attualizzato la vicenda ed eliminato i dialoghi, richiesti all'epoca dalla formula dell'opéra comique. Questi ultimi sono sostituiti da brevi testi di Mattia Palma, dramaturg dello spettacolo, tradotti in francese, che fungono da voci infantili fuori campo per illustrare il punto di vista dei bambini di Médée, ignari della fine che li aspetta. Non del tutto, se sognano della mamma che li porterà in cielo su un carro tirato da dragoni alati e parlano di animali che uccidono i loro piccoli. L'inedita soluzione arricchisce la messa in scena, costruita su uno spazio algido con una porta che mostra la camera colorata dei bambini, ma mette al centro le traversie di una famiglia borghese disastrata, con Médée presentata come una dropout. La scelta privilegia inevitabilmente l'analisi psicologica (ultima spiaggia del verismo), che però prevale solo nel primo atto; nei due successivi alcune situazioni segnalano come quanto succede sia fuori dal tempo; come per esempio l'adorazione della testa d'oro del caprone, quasi fosse il vitello di biblica memoria (ma forse si tratta solo del dio denaro); il piccolo incendio attizzato da Médée; i rami secchi portati dai coristi attorno a lei per bruciarla come strega e bloccati da Créon che ammette di non avere il rigore del tiranno. Con anche una scena di difficile interpretazione con la carrozzina che terrorizza chissà perché tutti i presenti. Insomma si cerca di recuperare una retorica del mito persa per strada, anche se non basta a chiarire come Médée sia una "barbara" che viene da un altrove "dietro lo specchio", nel quale Giasone aveva messo piede per ritrarsi appena aveva potuto.

Va comunque preso atto che l'impostazione di Michieletto crea una tensione e un ritmo crescenti, grazie alla recitazione molto curata e al progressivo degrado dell'abitazione ideata dallo scenografo Paolo Fantin. La parete di fondo con la scritta "Maman vous aime" si riempie di crepe, nel finale cadono addirittura dall'alto probabili pezzi di carbone, insomma tutto va simbolicamente a pezzi. Anche se Médée, pur dichiarando d'inoltrarsi per "chemins connus pour moi toujours ouverts", rimane accasciata sul divano in preda alla depressione e di lì non si schioda.

Tutto l'apparato non riesce tuttavia a far superare la schizofrenia indotta dall'ascolto di una musica di fine settecento, con la sua ampollosità e il delicato equilibrio fra un elegante distacco e la partecipazione, che Michele Gamba sul podio rende con estrema maestria, resistendo alla tentazione di far affiorare i presagi dei futuri empiti beethoveniani (come illo tempore fecero Bernstein e Schippers, nell'edizione con Maria Callas) e privilegiando sonorità limpide, snelle, pur nel rispetto dei passaggi più cupi del "terrorismo musicale" solitamente attribuito a Cherubini. L'intesa con l'organico in questo è stata assoluta, basti citare il lungo preludio del terzo atto e di quali colori si è arricchito l'annuncio della vendetta di Médée. Come del resto l'intesa con gli interpreti, chiamati a partecipare alla continuità sinfonica della partitura, più che a misurarsi con le poche arie chiuse di tradizione italiana. La prima ad affrontare una prova di bel canto è Martina Russomanno nei panni di Dircé che nel primo atto dialoga col flauto con una naturalezza e disinvoltura rare. La risentiremo alla Scala a marzo nel Guillaume Tell di Rossini, di nuovo con Marina Rebeka, che qui interpreta Médée, ruolo che richiede una tenuta fuori dall'ordinario. Il soprano lettone lo ha affrontato vocalmente con padronanza assoluta e un'efficace presenza scenica, ripetutamente premiate con applausi a scena aperta. Terza figura femminile, ma comprimaria per importanza, è Ambroisine Bré nei panni di Néris, che nel secondo atto si misura col fagotto in una dichiarazione d'amore per Mèdée. Un pezzo di bravura, forse il più bello di tutta l'opera, a cui Bré ha saputo infondere una struggente dolcezza. Al loro fianco Stanislas de Barbeyrac (Jason), tenore dal timbro energico, costretto in costumi da parvenu (essendosi appena arricchito col vello d'oro), che avrebbero senso se Corinto fosse una culla dell'alta società, mentre Créon interpretato da Nahuel di Pierro ha più l'aria di un indaffarato portiere d'albergo.

A fine serata, accanto a Marina Rebeka, il vero trionfatore è stato Michele Gamba, con applausi più che meritati; festeggiato anche Alberto Malazzi direttore del coro; mentre i buu dal loggione, pur contrastati dagli applausi in platea, all'indirizzo di Damiano Michieletto ci sono parsi fuori luogo.

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