Mariotti dirige la Messa da Requiem  di Verdi all’Opera

La fondazione lirica romana ha inaugurato la sua stagione concertistica con due esecuzioni di questo capolavoro sinfonico-corale, una delle quali dedicata alla raccolta fondi per l’acquisizione di Villa Verdi

Messa da Requiem (Foto Fabrizio Sansoni)
Messa da Requiem (Foto Fabrizio Sansoni)
Recensione
classica
Roma, Teatro dell’Opera
Verdi, Messa da Requiem
14 Febbraio 2023 - 15 Febbraio 2023

L’Opera ha inaugurato la sua stagione concertistica e questa è una buona notizia, perché da vari anni l’orchestra e il coro avevano perso ogni contatto con la pratica concertistica. Per il primo concerto è stata scelta la Messa da Requiem  di Verdi, che nel passato era stata diretta con i complessi artistici del teatro da Toscanini, Giulini, Sinopoli, Prêtre, Chung e varie volte da Gianluigi Gelmetti, quando ne era il direttore musicale, e alla sua memoria il suo successore Michele Mariotti ha dedicato questo concerto.

“Modernissima è la partitura di Messa da Requiem,  tanto che per certi versi ci appare anticipatrice di certe soluzioni orchestrali straussiane. Straordinaria nelle armonie, dominate, ricreate e utilizzate con quella invenzione già novecentesca che troviamo nelle ultime opere, Aida  e Otello,  fino a quel miracolo teatrale che è Falstaff”, afferma Mariotti. Ma questo suono “va cercato e costruito”. E ancora: “Messa da Requiem  è una creatura operistica… Siamo in scena, senza che la profondità della preghiera ne esca sminuita”. Sappiamo per esperienza che quel che che direttori o registi dicono spesso non ha riscontro nei fatti, ma non in questo caso. Molto teatrale, ma certamente non nel senso deteriore del termine, è l’inizio: Mariotti resta con le braccia abbassate e non dà l’attacco all’orchestra, cosicché il pubblico inizialmente quasi non si accorge del pianissimo dei violoncelli, che sembra provenire da un altro, remoto mondo; poi entrano le voci maschili del coro, anch’esse appena percepibili, e quindi le voci femminili, sempre “sotto voce” ma ora chiaramente udibili, con un timbro di celestiale purezza. Potrebbe sembrare un preziosismo estraneo a Verdi, ma è lui che ha scritto “il più piano possibile” e allo stesso tempo “con espressione”, ed è esattamente quel che Mariotti, il coro e l’orchestra fanno, e lo fanno benissimo.

Al contrario Verdi scatena il coro e l’intera orchestra - con l’effetto dei timpani uniti o alternati alla grancassa, più esplosivo d’un tuono - nel Dies irae  per ottenere un fortissimo mai udito prima: E l’ha avuto:  Mariotti non risparmia sui decibel, ma non per ottenere un effetto plateale bensì per esprimere il terrore che infonde il pensiero dell’evento terribile e letteralmente apocalittico che secondo le scritture sovrasta l’umanità alla fine dei tempi.

Dunque il Requiem aeternam  e il Dies irae  sono totalmente opposti e Mariotti esaspera quest’opposizione, così come sottolinea la varietà e i contrasti delle varie sezioni e sottosezioni di questo capolavoro, che non ha paragoni nella musica sacra. Però non ne nasce assolutamente un senso di frammentarietà, perché i vari episodi sono tenuti insieme dalla loro formidabile potenza espressiva e drammatica, che bisogna mantenere sempre forte e tesa. Per ottenere questo risultato si deve capire il suono giusto, indicato con precisione da Verdi, e realizzarlo: Mariotti lo fa e ne è un esempio il suono sempre esatto dei vari ritorni del Dies irae, a cui Verdi dà ogni volta dinamiche e colori diversi. E trova anche l’appropriato rapporto tra testo e musica, fondamentale qui non meno che nel teatro di Verdi: a questo devono ovviamente contribuire anche le voci.

Il soprano è Eleonora Buratto, che è stata chiamata per una sostituzione d’urgenza ed è arrivata a Roma poco prima dell’inizio del concerto. La prima volta che i quattro solisti s’incontrano - nel Kyrie - la mancanza di prove insieme si avverte nella difficoltà a trovare il giusto equilibrio tra loro, ma bastano pochi minuti perché imparino a conoscersi e a rapportarsi sia per il tempo e la dinamica che per le intenzioni espressive. La Buratto ha una voce assolutamente omogenea in tutti i registri, duttile e sicura in ogni momento, che le permette di essere ideale nell’intera gamma vocale ed espressiva richiesta da Verdi al soprano, in particolare nel Libera me, dall’inizio col  teso e drammatico recitativo sulla stessa nota, in ritmo libero e senza sostegno orchestrale fino all’estatico e disincarnato finale più che pianissimo (Verdi scrive ‘pppp’ e ‘morendo’) che chiude il Requiem.  E al centro di questa grande scena drammatica per sorano e coro è impressionante come la Buratto sovrasti il fortissimo di centottanta voci e strumenti senza tradire il minimo sforzo.

La russa Yulia Matochkina ha una voce un po’ chiara per un contralto (infatti è un mezzosoprano) ma dal colore molto bello, timbrata e pura, e la usa con ottima tecnica e stile. Il tenore rumeno Stefan Pop canta l’Ingemisco  come un’aria d’opera (questo è abbastanza comune e non è detto che sia totalmente sbagliato) ma sa anche alleggerire la voce e allora fa meraviglie in Hostias et preces, allo stesso tempo sensuale e mistico. Il georgiano Giorgi Manoshvili è molto giovane e la sua voce di basso giungerà a piena maturazione tra qualche anno, ma ha grandi possibilità, a partire da un bellissimo timbro: i suoi interventi sono stati sempre scolpiti e autorevoli, senza essere inutilmente e fastidiosamente tonitruanti.

Resta da dire degli ultimi due protagonisti. Ottimo il coro, che passa da pianissimo miracolosi (il maestro del coro Ciro Visco conosce tutti i segreti degli infiniti pianissimo possibili) a fortissimo terrificanti, senza mai incrinare la purezza del suono. Molto bene anche l’orchestra. Due o tre brevissimi momenti poco nitidi non hanno incrinato una prestazione che certifica il buon livello raggiunto dai complessi artistici dell’Opera e l’ottima sintonia raggiunta con i loro direttori Mariotti e Visco.

Il calore degli applausi e più ancora il lungo silenzio seguito alle ultime note dimostrano quanto siano stati emozionati e coinvolti gli ascoltatori che gremivano il teatro. E aggiungiamo volentieri un post scriptum:  alla fine del concerto Mariotti ha fatto venire al proscenio il contrabbassista Gennarino Frezza, al suo ultimo concerto con l’orchestra prima della pensione, e il pubblico lo ha ringraziato affettuosamente per i tanti anni dedicati alla musica.

Se hai letto questa recensione, ti potrebbero interessare anche

classica

A Nancy presentato con successo Der Silbersee di Kurt Weill e Georg Kaiser nell’allestimento di Ersan Mondtag ripreso da Anversa

classica

Torino: Frizza sul podio e regia di Maestrini

classica

I poco noti mottetti e i semisconosciuti versetti diretti da Flavio Colusso a Sant’Apollinare, dove Carissimi fu maestro di cappella per quasi mezzo secolo