L’intensità di Beethoven secondo Kavakos e Pace

Il duo formato dal violinista greco e dal pianista di Rimini ha dedicato al Maestro di Bonn l’apertura della stagione concertistica del Teatro Regio di Parma

Leonidas Kavakos – Enrico Pace  (Foto Roberto Ricci)
Leonidas Kavakos – Enrico Pace (Foto Roberto Ricci)
Recensione
Parma, Teatro Regio
Leonidas Kavakos – Enrico Pace
23 Gennaio 2020

A inaugurare la stagione concertistica 2020 del Teatro Regio,realizzata da Società dei Concerti di Parma con il sostegno di Chiesi e in collaborazione con Casa della Musica, è stato chiamato l’altra sera il duo formato dal violinista greco Leonidas Kavakos e dal pianista riminese Enrico Pace, protagonisti di un intenso viaggio tra le pagine di alcune sonate per violino e pianoforte di Ludwig van Beethoven, programma pensato quale simbolico omaggio per il 250° anniversario della nascita del compositore di Bonn.

Repertorio ampiamente frequentato dai due artisti, le Sonate beethoveniane per violino e pianoforte sono state oggetto di un’articolata indagine interpretativa da parte di questo duo, attività documentata tra l’altro anche dall’integrale discografica pubblicata dall’etichetta Decca qualche anno fa. E proprio rispetto alla cifra consegnata alla documentazione registrata, peraltro decisamente interessante, in questa occasione gli artisti hanno offerto una lettura in un certo senso più decantata e intensa delle pagine beethoveniane, scavando tra le pieghe espressive dei brani proposti attraverso un equilibrio dialettico scaturito dalla conferma di una coinvolgente affinità.

Un percorso, quello che abbiamo seguito in occasione di questo debutto del violinista greco sul palcoscenico del teatro emiliano, che ha preso le mosse dall’eleganza dal sapore ancora haydniano delle sonate n. 2 in la maggiore e n. 3 in mi bemolle maggiore op. 12, pagine nelle quali la freschezza galante raccolta dalla tradizione salottiera di fine Settecento ritrova qui un significativo equilibrio nello sviluppo dei dialoghi tra violino e pianoforte, efficaci nella restituzione che ne hanno proposta Kavakos e Pace, protagonisti ben consapevoli di uno scambio dal gusto garbato che ha trovato il suo segno nella misura felicemente personale con la quale sono stati disegnati quei tratteggi, illuminati da reminiscenze mozartiane, che fanno capolino tra le pieghe di queste composizioni.

Un dato, quello rappresentato dall’intensità interpretativa dei due musicisti, che ci è parso emergere in maniera ancora più pregnante nel confronto con la Sonata n. 6 in la maggiore op. 30 n. 1 e con la Sonata n. 7 in do minore op. 30 n. 2, brani che hanno occupato la seconda parte della serata e due composizioni con le quali Beethoven inizia anche nella sua produzione per violino e pianoforte a intraprendere quel tragitto stilistico che lo allontana sempre più dagli stilemi settecenteschi per tracciare una via più personale e connotata. E proprio questo elemento di individualità più marcatamente beethoveniana è la cifra che ha intriso soprattutto l’interpretazione della sonata n. 7, con quelle aperture dalla liricità soffusa dell’Adagio cantabile, restituite con intensa densità dal violino di Kavakos, e il carattere dinamico che segna la parte conclusiva dell’Allegro finale, dove l’equilibrio tra pianoforte e violino ha confermato il carattere estremamente espressivo del virtuosismo dialogico espresso da questo duo.

Alla fine tanti applausi e un bis hanno chiuso questa intensa serata.