L’Inferno contemporaneo di Lucia Ronchetti

All’Opera di Roma la prima assoluta della nuova versione dell’opera ispirata alla prima cantica della Divina Commedia di Dante

MM

25 febbraio 2026 • 6 minuti di lettura

Inferno ( Foto Fabrizio Sansoni)
Inferno ( Foto Fabrizio Sansoni)

Roma, Teatro dell’Opera

Inferno

19/02/2026 - 07/03/2026

Non è certo la prima volta che i musicisti rivolgono la loro attenzione alla Divina Commedia. Tra i tanti, Liszt si è ispirato a Dante due volte, per una Sonata e una Sinfonia, senza però citare un solo verso del Sommo Poeta. Mercadante, Thomas, Rachmaninoff, Scontrino e Zandonai hanno creato delle opere su Francesca da Rimini - evidentemente il personaggio della Commedia più vicino al gusto romantico - previa trasformazione del testo dantesco in regolamentare libretto d’opera. Sono questi i casi più noti del rapporto tra Dante e la musica. Da allora sono trascorsi più di cento anni e adesso è Lucia Ronchetti a proporre una sua “opera” - la definisce semplicemente così, ma è un’opera molto particolare - basata su Dante e precisamente sul suo “Inferno”.

Ovviamente e fortunatamente l’approccio della Ronchetti a Dante è profondamente diverso da quello dei suoi lontani predecessori. Inevitabilmente ha dovuto eliminare gran parte dei quattromilasettecentoventi versi distribuiti nei trentaquattro canti dell’Inferno e questo implica un certo grado di soggettività. Ma non è intervenuta sugli episodi prescelti con aggiunte, commenti o elaborazioni, e ha rispettato fedelmente il testo originale. Il suo intento è mettere in rilievo in rilievo la forte musicalità insita in quei versi, che già all’epoca di Dante furono definiti aspri e petrosi: non li fa cantare - tranne in alcuni casi, che poi vedremo - ma li affida ad una serie di ottimi attori, per lo più giovani, che li recitano amalgamando le loro voci ai timbri, ai ritmi e alle intensità degli strumenti della piccola ma agguerrita orchestra, scelti dalla compositrice romana tra quelli più aspri e violenti: quattro corni, quattro trombe, quattro tromboni, due tube e un gruppo di percussioni, più un quartetto d’archi, che ha momenti tesi e stridenti ma anche fasi di relativa distensione. Si crea così un’intesa o meglio un intreccio o meglio ancora una sinergia tra parola e suono, da cui scaturiscono un’espressività e una teatralità che attanagliano l’ascoltatore. Lo spiega meglio Nunzia De Falco nel programma di sala: “Il rapporto tra testo e musica, nella poetica della compositrice, definisce una relazione in cui il gesto sonoro plasma le pieghe interne della parola, ne enfatizza le cadenze, i ritmi nascosti, le ambiguità semantiche, trasformando il patrimonio verbale in materia acustica”.

Eliminata ogni digressione, i testi scelti dalla Ronchetti si concentrano sulle crude descrizioni dantesche di supplizi ideati con una fantasia che definire sadica è riduttivo, seguite dai dialoghi aspri tra i peccatori e Dante stesso, che spesso infierisce sui dannati con parole di disprezzo. Non potremo mai sapere se Dante credesse o meno all’inferno ma lo raffigura come il male assoluto, un mondo in cui si concentra tutto il male della terra, un mondo da cui Dio è totalmente assente e su cui regna Lucifero con la sua corte di demoni, come Caronte e Minosse, protagonisti di due scene violentemente drammatiche: li interpretano gli attori Fabio Ulleri e Carlo Guglielminetti. Lucifero (il basso Andreas Fischer) compare soltanto nell’epilogo, il cui testo - unica eccezione alla fedeltà a Dante - è stato scritto da Tiziano Scarpa: mi è parso un momento relativamente debole rispetto al resto dell’opera, ma bisognerebbe riascoltarlo.

Ci sono anche brevi e parziali eccezioni alle prevalenti atmosfere atre e sulfuree. La prima riguarda Francesca da Rimini (il soprano Laura Catrani), che inizia il racconto della sua tragica storia d’amore con un delicato vocalizzo e prosegue con una distesa melodia in modo medioevale. L’incontro con Brunetto Latini (l’attore Eugenio Krauss) ha già in Dante un tono quasi cortese e amichevole e anche la musica diventa qui un po’ più rilassata, quasi conversevole, mentre la regia ci presenta Brunetto - che, ricordiamolo, è all’inferno per aver peccato “contro natura” - coperto solo da un asciugamano allacciato intorno ai fianchi, come se stesse entrando o uscendo da una sauna gay: uno humour forse non felicissimo ma funzionale a interrompere brevemente la cupezza di quest’inferno.

Ulisse, sebbene collocato nel girone dei consiglieri fraudolenti, è trattato con rispetto e perfino con ammirazione da Dante, che gli attribuisce la famosa terzina, in cui probabilmente esprimeva il suo proprio credo di uomo che già anticipava il rinascimento: “Considerate la vostra semenza, / fatti non foste per viver come bruti, / ma per seguire virtute e conoscenza”. È una figura quasi luminosa, interpretata dal tenore Leonardo Cortellazzi. Dante tratta in modo diverso da quello sprezzante riservato ad altri dannati anche il conte Ugolino (l’attore Patrizio Cigliano): il cannibalismo nei confronti dei propri figli è un orrore inesprimibile e viene narrato in modo anaffettivo, cronachistico. La Ronchetti inserisce all’inizio frammenti del “Dies irae”, simbolo musicale della tremenda furia divina, ma poi Ugolino snocciola quegli atroci fatti con voce inespressiva, assurdamente meccanica, che ricorda - credo che non sia una casualità - i veloci sillabati delle opere di Rossini nei momenti di nonsense delle sue opere buffe.

Si è già accennato al fatto che il protagonista è Dante stesso, raffigurato come un uomo che non è “nel mezzo del cammin di nostra vita” ma che ha già superato le soglie della vecchiaia, ottimamente interpretato dall’attore Tommaso Ragno. I suoi pensieri segreti vengono talvolta affidati alle quattro voci dei Neue Vocalsolisten, difficilmente superabili nel campo della musica contemporanea. In vari momenti interviene da fuori scena il Coro del Teatro dell’Opera (come al solito perfettamente preparato da Ciro Visco) ora per leggere l’iscrizione sulla porta dell’Inferno: “Per me si va ne la città dolente / … Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate”, ora per dare voce a gruppi anonimi di dannati.

A rendere con precisione e compattezza questa complessa partitura e soprattutto a ricavarne tutta l’oscura e potente forza drammatica ha dato un contribuito impagabile Tito Ceccherini, che la conosce bene, avendone già diretto la prima esecuzione assoluta a Francoforte nel 2021 (ma la versione ascoltata a Roma è diversa sotto vari aspetti, sia perché è interamente in italiano, mentre la prima alternava all’italiano il tedesco, sia perché la Ronchetti ne ha ritoccato la musica in più punti).

Il regista David Hermann ha collocato l’Inferno ai nostri giorni. Non per accodarsi al conformismo di questi anni che modernizza l’ambientazione di qualsiasi opera. Non perché un inferno da affresco trecentesco sarebbe stato grottescamente stridente con la musica della Ronchetti, ma perché ognuno ha il suo inferno in se stesso o piuttosto vive nel suo inferno. L’inferno di Dante è la sua abitazione, uno di quei moderni appartamenti ordinati, razionali, confortevoli, rassicuranti, in cui i registi ambientano oggi i loro film “horror”: è in quelle quattro stanze distribuite su due piani, più la cantina, che il protagonista incontra le anime dannate. La recitazione è essenziale, nulla è superfluo o sopra le righe, tutto appare perfino naturale e lascia modo alla musica di esercitare senza inutili sovrapposizioni registiche tutta la sua ininterrotta e potente forza teatrale, che afferra l’ascoltatore dalla prima scena e non lo lascia fino alla fine.

Incredibili dictu, alla seconda recita il teatro era pressoché pieno, con appena qualche posto vuoto qua e là. Molti spettatori erano giovanissimi studenti delle scuole medie e delle superiori, sicuramente venuti a teatro grazie ad accordi tra il teatro e le loro scuole e all’offerta di biglietti a prezzo ridotto. Ma questo non riduce affatto e anzi aumenta il significato del successo entusiastico e clamoroso che ha accolto quest’opera.