L'impressionante volume sonoro della Chicago Symphony diretta da Muti

Teatro alla Scala: il ritorno di Muti con la "sua" orchestra americana

Muti, Chicago Symphony (Foto Silvia Lelli)
Muti, Chicago Symphony (Foto Silvia Lelli)
Recensione
classica
Teatro alla Scala, Milano
Muti, Chicago Symphony
22 Gennaio 2020

Per il concerto con la Chicago Synphony alla Scala, Riccardo Muti ha scelto un davvero curioso e sofisticato accostamento (già presentato a Firenze il 20 gennaio): la sinfonia Mathis der Maler di Hindemith e la Terza sinfonia di Prokofiev, che traggono entrambe origine da opere liriche (l'omonima del compositore tedesco e L'angelo di fuoco del russo). Non solo, nelle loro complicate trame narrative le opere hanno in comune la presenza di figure fantasmatiche e forse non a caso il maestro ha evocato un altro revenant come viatico, dirigendo in apertura l'ouverture del wagneriano Fliegende Holländer. Spettri a parte, va dato atto a Muti di aver rinunciato a comodi consensi e proposto due brani sinfonici non di facile ascolto. E di averli diretti come al solito con piglio autorevole e andando dritto al sodo evitando compiacimenti gratuiti, grazie anche a un'orchestra capace di impressionanti volumi di suono, specie negli ottoni e nei legni. Senza mai un'imprecisione o una ritrosia negli attacchi. La Scala non ha un'acustica adatta per un'orchestra sul palco, ma la Chicago Symphony è stata in grado di occupare prepotentemente la sala, fino all'ultima fila. Quanto alla lettura di Muti c'è solo da segnalare una cura meticolosa dei dettagli e un senso unitario della composizione, come esempio è da segnalare lo Scherzo della Terza di Prokofiev, con il turbine demoniaco degli archi che è risultato una lama di ghiaccio e la maestosa ripresa del tema del primo movimento da lasciare senza fiato. Detto ciò, il concerto ha dato l'impressione di un continuo e riuscitissimo sfoggio di bravura, davvero ammirevole, senza tuttavia lasciare molto di più nell'animo dell'ascoltatore. Al termine della serata, con ovazioni dal loggione e lunghissimi applausi, Muti senza farsi troppo pregare ha offerto come bis l'Intermezzo dalla Fedora, in ricordo di Antonino Votto e Gianandrea Gavazzeni che amavano molto l'opera di Giordano, nata a Milano al Teatro Lirico centovent'anni fa e che tornerà alla Scala il prossimo giugno.

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