Le ultime sette parole di Cristo sulla croce da Haydn a Filotei

Alla IUC la prima esecuzione in concerto di “7” di Marcello Filotei

7 (Foto Andrea Caramelli)
7 (Foto Andrea Caramelli)
Recensione
classica
Roma, Aula Magna dell’Università “Sapienza”
7
27 Febbraio 2024

Nel 1786 Haydn compose la “Musica instrumentale sopra le sette ultime parole del nostro Redentore sulla croce”, da eseguirsi nelle cerimonie del venerdì santo in alternanza alle meditazioni del sacerdote su quelle sette parole, che in realtà sono sette brevi frasi. La prima versione era per orchestra, ma Haydn ne fece una trascrizione per quartetto d’archi, un’altra per pianoforte e infine un’altra in cui aggiunse all’orchestra il coro, che intona quelle parole di Gesù: evidentemente riteneva questa composizione una delle sue migliori. Ma cosa può spingere un compositore odierno a prepararne una nuova versione, che non è certamente una semplice trascrizione, perché parte da Haydn per comporre qualcosa di interamente nuovo? L’input – spiega Marcello Filotei – gli è venuto da una commissione della Radio Vaticana, che lui di primo acchito ha ovviamente rifiutato. Poi, riflettendo, ha scoperto che quelle parole si possono intendere non soltanto come la voce di Gesù, che ha quindi un valore fondamentale ed eterno per i credenti, ma anche come la voce dell’umanità dei nostri giorni. “Quelle frasi - afferma - sono una serie di indicazioni su come si può vivere e interpretare il nostro tempo”. Si possono dunque attualizzare, ma non nel senso banale del termine: per esempio, la quinta di queste parole - “Sitio” ovvero “Ho sete” - può essere intesa come un grido disperato che viene da quella gran parte del mondo in cui manca un bene essenziale come l’acqua.

Se prima del concerto lo stesso Filotei non avesse introdotto all’ascolto, fare questa connessione non sarebbe stato immediato per chi ascoltava la prima esecuzione pubblica di questa sua composizione all’Istituzione Universitaria dei Concerti (c’è stata una precedente esecuzione radiofonica della Radio Vaticana). Ma, una volta messi sulla buona strada, si coglie facilmente il significato attuale ed umano (Filotei ha usato anche, timidamente e quasi scusandosene, il termine “politico”, che in effetti può indurre in errore se non bene interpretato) di quelle parole.

Innanzitutto va detto qualcosa su come è strutturata questa ampia composizione, che condensa Il lungo titolo di Haydn in un semplice “7”, scritto così, perché ognuno possa leggerlo e pronunciarlo nella propria lingua. Sono undici brani di lunghezza molto variabile, nove tratti dalla composizione originaria di Haydn (uno per ognuna delle sette parole e inoltre l’introduzione e il “Terremoto” finale) più due intermezzi. I nove brani derivati da Haydn prendono dalla sua musica ampie citazioni o brevi lacerti, che dialogano con la musica totalmente nuova ispirata dal testo sacro a un uomo del nostro tempo e vi si integrano al punto da essere spesso irriconoscibili. Questo dialogo funziona benissimo, nonostante – o forse grazie a – la differenza abissale che separa musiche scritte a due secoli e mezzo di distanza. Per far capire quanto siano diverse, basterebbe dire che “7” è scritto per percussioni, baritono ed elettronica. Quindi è una musica fatta non di note ma di suoni ad altezza indeterminata, con l’eccezione delle parole del testo cantate in latino dal baritono e delle parti di marimba e vibrafono.

Dal vasto set di percussioni schierate sul palco dell’Aula Magna della “Sapienza” Filotei trae un mondo sonoro inesauribile, con sovrapposizioni di colori e ritmi sempre diversi. Le percussioni sanno fare facilmente spettacolo, ma non è questo che interessa a Filotei, che invece cerca e ottiene una grande forza comunicativa, di cui non sempre le percussioni sono capaci: una musica sempre intensa, sia quando è raccolta e meditativa sia quando è aspra e violenta. Si possono citare alcune pagine particolarmente coinvolgenti, come “Mulier ecce filius tuus” (Donna questo è tuo figlio), che esprime lo strazio di ogni donna che veda il figlio morire senza alcun soccorso, come avviene in tanti paesi per le guerre, le malattie, la fame: qui il vibrafono riprende il tema originario, su cui altri tre strumenti suonano una sorta di Requiem. E poi il primo Intermezzo, la cui nuda e semplice bellezza ricorda la spiritualità dell’interno di una chiesa romanica. E ancora “Deus meus ut quid dereliquisti me?” (Dio mio, perché mi hai abbandonato?), l’unico brano in cui Filotei usa l’elettronica, per ripetere le parole di Gesù in trentacinque lingue di tutte le parti del mondo, alcune delle quali si sentono appena, così come il grido di aiuto di molte persone e di molti popoli non giunge alle nostre orecchie o piuttosto non gli prestiamo attenzione; ma in altre lingue, soprattutto in inglese e russo, questo grido sovrasta anche le percussioni: superfluo spiegarne il significato. E il suono fatale, inesorabile, violento e secco di “Consummatus est” (Tutto è compiuto). E infine il Terremoto, con il tema che esprime la potenza dello sconvolgimento della natura trasportato dal basso all’acuto, perché quel terremoto, che in Haydn è un terrificante ma spettacolare evento naturale, per Filotei avviene (o dovrebbe avvenire) nelle nostre coscienze.

Si potrebbe continuare citando altri brani, ma ci fermiamo, non prima però di sottolineare quello che un tempo si sarebbe detto il senso della forma di Filotei e che adesso, saltate le forme classiche, si potrebbe definire la sua gestione della musica nel tempo, perché questa vasta composizione si svolge per la durata di quasi un’ora senza mai uno squilibrio, un momento di prolissità o di eccessiva asciuttezza, quindi senza che la tensione della musica e di riflesso l’attenzione dello spettatore abbiano mai un calo.

L’esecuzione dei sette percussionisti di Ars Ludi diretti da Gianluca Ruggeri è stata non meno che splendida, per il risalto e la precisione e direi anche la partecipazione che hanno dato a ogni loro intervento in una composizione che certamente non punta al virtuosismo ma altrettanto certamente è alquanto complessa. La voce del baritono Patrizio La Placa è adattissima per intonare il testo sacro: d’altronde si è formato nella Cappella Sistina come fanciullo cantore.

Il pubblico che riempiva metà dell’ampia sala - una buona affluenza per un concerto che aveva in programma un’unica composizione in prima assoluta - ha applaudito a lungo compositore e interpreti con calore e convinzione.

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