Le musiche e il sacro

Reportage dal Festival del Mediterraneo di Genova

Recensione
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Edizione 2014, numero ventiquattro: è a un solo soffio dalla celebrazione del quarto di secolo il Festival Musicale del Mediterraneo di Genova, creatura di Davide Ferrari di Echo Art, che quando non progetta eventi è anche il direttore della multietnica Banda di Piazza Caricamento, curatore del museo di strumenti etnici al Castello d'Albertis, e musicoterapeuta. Pare che nel 2016 sarà allestito una sorta di “best of”, facendo tesoro e riflessione di quanto è successo nei mossi mari della world music: perché un venticinquennio, a ben vedere, sta a significare l'ascesa tumultuosa, l'assestamento, e forse anche un po' il ripiego delle categorie della “musiche del mondo”. In senso commerciale, naturalmente: i popoli continuano a inventare cose, e riproporne altre dalla tradizione modificando secondo estro e suggestione del momento. Il mercato è un'altra cosa. E l'avvento di internet ha innescato altre possibilità.

Torniamo al punto: l'edizione numero ventiquattro era sottotitolata “Musiche degli dei”, un tema assai caro a Ferrari, che negli anni ha avuto modo di proporre esperienze e contesti sonori profondamente legati alla trance ed all'estasi. Non occorre crede in qualcosa di superiore per apprezzare la ricchezza antropologica offerta dalle musiche dal mondo, in questo tema, esattamente come non occorre essere cattolici per apprezzare le minime sfumature del canto gregoriano.

È stato un Festival lungo, quello delle “musiche degli dei”, dal 25 giugno al 4 luglio, per cui renderò conto solo di quanto ho realmente seguito in prima persona, tagliando tempo e spazio dalle altre incombenze quotidiane.
Miglior avvio forse non poteva esserci che quello con le musiche e le danze dei pigmei Aka Ndima (dove Ndima sta per “la foresta”) a Palazzo Tursi, unico ensemble a portare in giro per il mondo qualche significativo spezzone di una delle matrici culturali musicali della civiltà umana. Non usiamo i termini alla leggera. Ne ha scritto di recente Victor Grauer in un ottimo testo, Musica dal profondo (Codice), ribadendo che polifonia pigmea (dichiarata “patrimonio culturale dell'umanità” dall' Unesco), canto yodel con parti alternate, poliritmia, canto monodico accompagnato, sono prassi comune dell'umanità per l'apporto primario dei pigmei da decine di migliaia di anni. Aggiungeremmo che, vedendo e ascoltando in azione gli Ndima si coglie anche l'origine di certa coreutica: ad esempio i passi del charleston o del twist!



Palazzo Rosso ha ospitato venerdì 26 una produzione originale del Festival: l'incontro tra due musiciste israeliane con un percussionista italiano ma di base greca, Simone Mongelli. Rali Margalit è una violoncellista virtuosa, tre dischi all'attivo, a proprio agio con repertori klezmer, con il jazz, con le avanguardie. Suona uno strumento del tutto particolare, futuribile e dall'aria antica al contempo. Sivan Yonna un soprano leggero dalla voce fatata di estrazione classica. Mongelli è uno specialista di body percussion: assieme hanno dato vita a un incantato, severo viaggio tra classici antichi del patrimonio sefardita in ladino e contemporaneità, un progetto che meriterebbe di lasciare testimonianza.

Di nuovo a Palazzo Tursi l'esibizione del Music Ensemble of Benares, con una vocalist e danzatrice eccellente, Jyotika Paust, Ramani Srinivasan, un tablista che è anche virtuoso a livelli quasi sovraumani nel fischio (dove riesce a imitare il canto degli uccelli modulando melodie complesse senza sforzo apparente), e il suonatore di harmonium Arunm Leander Boudimos. Propongono canto khayal e danza kathak, ed il lato pedagogico del tutto non “copre” mai la strepitosa musicalità del gruppo.

La stessa cosa potrebbe forse dirsi di Noreum Machi, coloratissimi menestrelli-sciamani della Corea del Sud, con tamburi bimembranofoni di impressionante potenza, trombe e canti, in un vortice “trance” davvero particolare. Venerdì 3 luglio il Salone del Maggior Consiglio del Palazzo Ducale ha ospitato il rito con canti, danze, maschere dei monaci tibetani di Tashi Lhupo, eredi di una tradizione che data al XV secolo, interrotta brutalmente dall'occupazione cinese, e ripresa nell'esilio in India nel Karnataka. Chi ha qualche familiarità con la musica tibetana non può comunque non restare stupito, ogni volta, dalla potenza ancestrale delle lunghe trombe, e dai bassi profondi dei monaci in preghiera e recitazione. Chiusura notevole del Festival, sabato 4 nello stesso spazio, con una delle rare occaisoni per vedere dal vivo le dervisce rotanti sufi guidate da Indira Mellou, e accompgnate dal magnifico Galata Mevlevi Ensemble di Instanbul, che con il Festival e con Echo Art di Davide Ferrari ha lunga familiarità. Un bel modo per rispondere, al femminile, e con la semplice messa in scena di uno dei riti più sinuosi e affascinanti del mondo, a chi continua a vedere l'Islam come un blocco monolitico inscalfibile.

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