L'angoscia della "Città morta"

Successo alla Scala per Die tote Stadt con una straordinaria Asmik Grigorian come protagonista

Die tote Stadt
Die tote Stadt
Recensione
classica
Teatro alla Scala, Milano
Die tote Stadt
28 Maggio 2019 - 17 Giugno 2019

Una fortunata congiunzione astrale ha permesso a Die tote Stadt di andare per la prima volta in scena alla Scala con una protagonista straordinaria. Perché Asmik Grigorian può contare su una voce incantevole, sicurissima nei momenti più ardui, e un'assoluta e disinvolta padronanza della scena. La sua Marietta è perfetta nei panni di femme fatale, di pantera seduttiva, esperta entraîneuse, spogliarellista, anche di donna innamorata. Tutte le sfaccettature fanno parte degli incubi di Paul, Klaus Florian Vogt, solido heldentenor, ma penalizzato da una gestualità stereotipata. Ottimi i comprimari Cristina Damian (Brigitta) e Markus Werba (Frank). Insomma un cast di prim'ordine con una star fuori dal comune. Sul podio Alan Gilbert che ha controllato il tutto con precisione, ottenendo dall'orchestra corposità ben delineate e passaggi delicatissimi.

L'attesa regia di Graham Vick non ha deluso, anzi ha sfoderato sorprese continue, utilizzando il velario a balze del fondale su cui colano onde di luce come secondo sipario, che di tanto in tanto svela i sogni angosciosi di Paul. Compaiono giganteschi occhi sbarrati alla Dalì, cuori di Cristo in fiamme, candele e candeloni rossi accesi. E naturalmente coreografie. Quelle che riguardano Robert le diable, dove Mariette interpreta la badessa ballerina insieme a una piccola troupe sgangherata, che ogni tanto fa capolino dal palco di proscenio obligando il sovrintendente Pereira a lasciare libero il campo. I cori dei chierichetti in chiesa, che a poco a poco vengono sostituiti dai ragazzi della gioventù hitleriana (l'opera nasce durante la Repubblica di Weimar e manca poco al disastro), soldati nazi che danzano con prostitute, scene di deportazioni di famiglie di ebrei, che compaiono anche con le tute dei Lager, perfino un teschio gigante contornato dalle stesse rose rosse che Paul aveva approntato per il suo primo appuntamento con Mariette. E anche un praticabile che si abbassa con scene di orge e Pierrot ridotto a ufficiale hitleriano, alle quali partecipa anche Mariette che non rinuncia a mettersi in testa il berretto d'ordinanza in stile Portiere di notte. Tutte le allucinazioni del protagonista bacchettone alla fine trasformano le sue "superstizioni", così le definisce Mariette, nelle tragedie della Storia, più che illustrare le perversità di lei. Vick amministra con maestria la successione allucinata, anche se risulta meno felice quando riduce l'ingombrante ritratto della morta a un televisore (l'oggetto meno visionario che ci sia) per di più col retro rivolto al pubblico. E quando viene girato, Paul aziona il telecomando (lo usa anche per far apparire alcune delle scene dietro il velario come volesse illustrare se stesso agli spettatori), in modo da evocare il fantasma della moglie. In realtà solo la sua bocca con la glottide che vibra cantando. Insomma una banalità tecnologica, che ha poco a che fare coi misteri e gli abissi della psiche.

A fine serata grande successo, col pubblico felice d'aver ascoltato una bellissima opera quasi sconosciuta, e lunghissime ovazioni per la protagonista.


 

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