La versatilità di Lidia Fridman

Roma: un recital per l'Accademia Filarmonica Romana

CL

16 marzo 2026 • 3 minuti di lettura

Lidia Fridman e Liubov Gromoglasova(Foto Marta Cantarelli per Accademia Filarmonica Romana)
Lidia Fridman e Liubov Gromoglasova(Foto Marta Cantarelli per Accademia Filarmonica Romana)

Roma, Teatro Argentina

Lidia Fridman, Liubov Gromoglasova,

14/03/2026 - 14/03/2026

Tra una Lady Macbeth a Torino e una Salomè a Vienna, un gala lirico a Chicago con Muti e una Marie nel Wozzeck a Venezia, Lidia Fridman incastona questo recital cameristico al Teatro Argentina per l’Accademia Filarmonica Romana. Un programma scelto nel grande repertorio della lirica russa di Cajkovskij e Rachmaninov e in quella tedesca con vette assolute come i Wesendonck Lieder di Wagner e i Vier letze Lieder di Strauss. A spiegare la scelta in parte la sua provenienza geografica, il russo è la sua madrelingua, ma in parte alcune considerazioni che troviamo espresse nel programma di sala in un’interessante intervista realizzata da Valerio Sebastiani. Un viaggio dentro di sé, un’esigenza profonda di attraversare un repertorio che dalla malinconia all’introspezione alla contemplazione richiede all’interprete adesione e consapevolezza. E infatti sorprende di questa giovane cantante appena trentenne lo spessore maturo e brunito della voce, la concentrazione espressiva, la compostezza dei gesti. Dobbiamo proprio leggere nella sua biografia che è nata nel 1996 per crederci, e constatare che è fresca di studi (presso istituzioni italiane, tra l’altro) e ancora in fase di perfezionamento. Una rapida ascesa negli ultimi anni l’ha portata nei più grandi teatri in ruoli impegnativi, e il futuro è fitto di prestigiosi ingaggi. 

Non può sorprendere quindi la scelta del repertorio di questo concerto, né la tenuta di una voce di soprano davvero straordinaria per estensione, corposità e per il colore scuro. In duo con la pianista Liubov Gromoglasova Lidia Fridman inizia con la freschezza melodica delle romanze di Cajkovskij. La pasta della sua voce è proprio quella che questa musica chiede, dagli slanci di Era l’inizio della primavera dell’op.38 alla tragica ineluttabilità di Non ero io forse un’erbetta del campo? op.47, resa con accenti davvero toccanti e una vocalità superba, alla Notti folli dell’op.60 con intenso climax finale. Con discrezione poi si allontana dal pianoforte per ascoltare da un angolo vicino al sipario il celebre Giugno da Le Stagioni per pianoforte ben eseguito da Liubov Gromoglasova. Un intermezzo prima di entrare quasi per continuità nel mondo dei Wesendonck Lieder, dove desiderio e immaginazione hanno nello sfondo una natura specchio del mondo interiore, dove “l’amore non è raccontato come emozione immediata, bensì come tensione continua”, afferma Fridman nell’intervista sopracitata. Vero. Una tensione quella del linguaggio wagneriano in cui sorprende l’espressività trattenuta e pure intensissima di questa interpretazione. 

Un trittico di romanze di Rachmaninov apriva la seconda parte, Lillà dell’op.21, Oh non rattristarti per me! Op.14 e Nel silenzio della notte segreta op.4. Evidente l’eredità di Cajkovskij, ma qui tutto è più cromatico, più esplicito come anche osserva Luca Ciammarughi nelle note di sala. Punti culminanti emozionanti, una ricchezza di accenti e una resa della continuità della linea vocale notevoli. Lo Strauss pianistico di Stimmungsbilder fa da intermezzo e si approda infine ai Vier letze Lieder. Testi sublimi di Herman Hesse e Joseph von Eichendorff, un linguaggio musicale ardito che sembra proseguire la strada dei Wesendonck, encomiabile costruzione di un programma in perfetta simmetria. La vocalità impervia si lega strettamente con l’esito espressivo, tutto è saldamente dominato e reso con coerenza. Una coerenza che sorprende per l’allineamento tra ciò che è dichiarato e ciò che musicalmente viene restituito, “nel Lied ogni dettaglio è essenziale: anche un pianissimo o una sospensione diventano pensiero”, afferma Fridman nell’intervista. E in effetti la sobrietà, la maturità e l’intensità espressiva ci parlano di un talento drammatico di prim’ordine. 

Repertorio di duo, quello vocale cameristico, e la pianista sostiene, commenta, partecipa. Nei pezzi solistici come in tutto il resto, Liubov Gromoglasova, di formazione russa con attività internazionale e - leggiamo dal curriculum - ormai stabilmente attiva in Italia, è stata pressochè impeccabile. Forse fin troppo discreta, ad un grado di temperatura espressiva e di resa sonora che a noi è parso più tiepido rispetto alla esuberante partner. 

Due bis chiudevano in bellezza la serata, Se regna il giorno di Cajkovsky op.47 e il celebre meraviglioso “Oh non cantarmi, mia bella” op.4 di Rachmaninov.