La tragedia di Medea

È andata in scena la tragedia contemporanea dell'identità divisa, rappresentata dalla Medea "dai tre volti" di Euripide. Il teatro di Guarnieri è estremamente scarno, fatto esclusivamente di simboli evocatori. L'impervia parituta è stata ben eseguita da orchestra, coro e voci soliste.

Recensione
classica
Palafenice Venezia
Adriano Guarnieri
18 Ottobre 2002
Quest'oggi al PalaFenice è andata in scena la tragedia contemporanea di una identità divisa e, per questo, distrutta, condensata nella figura mitica della Medea dai "tre volti" di Euripide. Del testo originario, tuttavia, non c'è traccia nell'ultima fatica di Guarnieri, sono rimaste solo le parole che meglio evocano il dramma di una psiche, che vede i suoi valori negati: l'amore, la famiglia, la patria. E come il libretto, così anche tutte le altre componenti dello spettacolo si spogliano degli aspetti meramente descrittivi e si assottigliano nel puro simbolo, a cui è affidato il compito di rendere manifesta una tragedia, in effetti, priva di intreccio, tutta interiore. Nel suo, per così dire, smaterializzarsi il teatro trattiene pochissimi elementi suggestivi: alcuni arredi domestici in rapida successione, il rosso della passione e del sangue, la barchetta dei giochi infantili; la drammaturgia scaturisce esclusivamente dagli incastri continui tra semplice gestualità, video e suono organizzati secondo una nuova concezione della visione-ascolto: la volontà è quella di coinvolgere totalmente lo spettatore, per questo, letteralmente circondato dalla musica con gruppi di ottoni che fiancheggiano i posti a sedere e altoparlanti tutti disposti lungo il perimetro e al centro dello spazio uditivo. La scena visiva riamane, comunque, frontale, così come le proiezioni video, che insieme alle quinte riproducono un ulteriore piano su cui guardare Medea. Alla negazione di qualsiasi riferimento cronachistico contribuisce anche l'aspetto più strettamente musicale, le voci, infatti, non presentano una differenziazione rispetto al ruolo, l'assoluta centralità della figura di Medea, ha determinato la costituzione di un'unica tessitura femminile molto acuta in cui si trovano convogliate non solo Medea 1 (soprano) e 2 (voce leggera), ma anche la contralto Medea 3 e il controtenore Giasone, il quale, per tanto, non si impone come l'antitesi maschile, ma risulta essere un'ulteriore declinazione del poliedrico dolore della maga. Molto omogenea è anche la scrittura orchestrale: il suono è come una materia plasmata in impulsi altamente stridenti, o addensamenti che poi dissolvono in rarefazioni convergenti in una sola voce. L'esecuzione di questa partitura impervia è stata buona, da segnalare la prova dei cantanti in particolare della soprano Sonia Visentin e di Antonella Ruggero, la grande voce dei Mattia Bazar, che ci ha restituito un'interpretazione molto appassionata ed intensa.

Note: prima rappresentazione assoluta; commissione della Fondazione Teatro La Fenice di Venezia

Interpreti: Medea 1 Sonia Visentin; Medea 2 Antonella Ruggiero; Medea 3 Alda Caiello; Giasone Andrew Watts

Regia: Giorgio Barberio Corsetti; creazione video: Fabio Massimo Iaquone

Scene: Giorgio Barberio Corsetti e Cristian Taraborrelli

Costumi: Cristian Taraborrelli

Orchestra: flauto basso e contrabbasso Roberto Fabbriciani; flauto Annamaria Morini; pianoforte Alessandro Commellato; live electronics e regia del suono Centro Tempo Reale, Firenze - CSC-DEI Università di Pado

Direttore: Pietro Borgonovo

Coro: Coro del Teatro La Fenice

Maestro Coro: Guillaume Tourniaire

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