La pena contemporanea

Carlo Boccadoro e l'Ensemble Sentieri Selvaggi presentano "Nella colonia penale", opera da camera di Phil Glass, tratta nel 2000 dal racconto di Kafka

Recensione
classica
Piccolo Regio Puccini Torino
Philip Glass
11 Aprile 2002
Al Teatro Regio, nel suo laboratorio dedicato alla creatività contemporanea, al Piccolo, è tornato Carlo Boccadoro. Più che la prima europea di "Nella colonia penale", l'opera da camera in un atto, per quintetto d'archi, tenore e baritono e due attori scritta nel 2000 da Philip Glass, queste due date torinesi prima di quelle imminenti a Milano e a Genova, sono il ritorno di un compositore che ha deciso come direttore e come militante della contemporaneità di buttarsi giorno dopo giorno in una instancabile incessante attività di esecutore della musica vivente. Dal Piccolo Regio Boccadoro era passato con l'"Orfeo a fumetti" dell'amico Filippo Del Corno da Buzzati, o ricordando con "Europera 5" il decennale della scomparsa di John Cage, e ora, con il libretto di Rudolf Wurlitzer tradotto ritmicamente da Marco Ravasini, ci ha presentato cosa Glass sta pensando della scrittura vocale. Nella colonia penale è molto vicino alla "Bella e la Bestia", al "Dracula", alle ultime scritture intorno al cinema dei classici della cupezza. E Kafka, restituito da una teatralità molto "recitar cantando", dal profilo ancora meno melodico della Trilogia, di "Powaqqatsi" e di tanto cantante Glass, torna agghiacciante, insostenibile, in particolare nella macchina di tortura che Antonio Panzuto ha costruito con una capacità alchemica; da vicino fa veramente l'orrore che dovrebbe, e il regista Giorgio Gallione chiede ogni sera a Roberto Abbondanza (l'Ufficiale) di superare la paura di sdraiarsi in quella bara fatta di vecchi pezzi di studio dentistico, che andrebbe bene anche nel "Wozzeck" o nella "Lulu" (conservate il pezzo!). "Nella colonia penale" aveva quindi questo sapore di divulgazione, di testimonianza di quello che oggi si crea e si fa; qui si fa con i pochissimi soldi che il teatro d'opera italiano oggi vuole mettere a disposizione della creatività contemporanea. Una situazione cupa e kafkiana in cui l'Ensemble Sentieri Selvaggi ha ormai trovato il modo di resistere partigianamente con il suo mestiere, trovando per strada i cantanti che trova (come il Visitatore di Stefano Ferrari), che così poco rendono giustizia a un partitura che speriamo un giorno (magari quando sia Glass che noi saremo morti) di poter ascoltare con la dovizia di mezzi, di tempo, di spazi che Kafka e Glass (e noi) ci meritiamo. In sala c'era anche Marco Tutino, compositore vivente e contemporaneamente direttore artistico del Teatro Regio: nella colonia penale dell'opera-museo ora è di nuovo detenuto anche lui; anche lui, da quella prestigiosa sedia elettrica, dovrà cercare di rinviare l'esecuzione della sentenza capitale scritta sul corpo della musica contemporanea.

Note: nuovo all.

Interpreti: Ferrari, Abbondanza

Regia: Giorgio Gallione

Scene: Antonio Panzuto

Costumi: Patrizia Bongiovanni

Orchestra: Sentieri Selvaggi

Direttore: Carlo Boccadoro

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