Kammeroper ad Ancona

La stagione delle Muse alla Mole Vanvitelliana

Marc’Antonio e Cleopatra
Marc’Antonio e Cleopatra
Recensione
classica
Mole Vanvitelliana, Ancona
Kammeroper alla Mole, Ancona
01 Settembre 2020 - 09 Settembre 2020

Per la stagione lirica anconitana, di consueto al Teatro delle Muse, quest’anno si è scelta una location all’aperto, quella della corte della Mole Vanvitelliana, che ha offerto una cornice ideale per tre operine “da camera”, ad indicare l’organico sia vocale che strumentale ridotto e la durata assai contenuta.

La serata di apertura (1 settembre) ha visto protagonista un Alessandro Corbelli in piena forma,  non solo dal punto di vista vocale ma anche per la dizione perfetta e chiarissima e la grande padronanza dei ruoli interpretati. In scena Il maestro di cappella di Cimarosa, operina con la presenza di un solo personaggio,  che mescola realtà e finzione teatrale mettendo in scena una divertente e improbabile prova d’orchestra. Il direttore Sebastiano Rolli   ha quindi lasciato il podio a Corbelli, che nei panni del maestro, complici gli ammiccamenti degli strumentisti, preparava l’orchestra canticchiando le melodie degli archi, facendo il verso all’oboe e litigando con i corni, sempre stonati e fuori tempo. Venti minuti di divertente parodia musicale, condotti con arte dalla presenza scenica del protagonista. Accanto  a Cimarosa, tre arie dal Barbiere di Siviglia, dallaCenerentola di Rossini e dall’Elisir d’amore di Donizetti, fulgidi esempi dello stile comico italiano del primo ottocento e vetrine della vocalità del basso buffo: tra onomatopee, scioglilingua, rime baciate, troncamenti, tutti resi in modo spassosissimo e teatralissimo pur in assenza di  regia e scenografia, Corbelli è stato Bartolo, Don Magnifico e Dulcamara.  La serata è stata completata da alcune ouvertures sempre da Rossini e Donizetti, eseguite dai solisti dell’Orchestra Filarmonica Italiana  diretta da Sebastiano Rolli. La mise en espace e le luci erano di Lucio Diana.

Nel segno della leggerezza e anche stavolta della parodia  il secondo appuntamento della rassegna (5 settembre)  con una delle primissime composizioni di Offenbach, Pépitoopéra comique in un atto la cui esile trama, ambientata nella cittadina spagnola di Elizondo,  per l’occasione  era collocata nel 1920, durante l’epidemia di “grippe spagnuola” . Il libretto di Léon Battu e Jules Moinaux nasce da una rielaborazione di un celebre vaudeville del 1825 di Eugène Scribe e si snoda fra tre personaggi, Vértigo, Manuelita e Miguel. Pépito invece,  promesso sposo di Manuelita,  non compare mai, essendo partito per il militare; atteso fedelmente da lei,  si scoprirà nel finale essersi sposato con un’altra,  cosa che creerà uno stupore generale; ma la ragazza si consolerà presto con un suo antico amico d’infanzia, Miguel, che ritrova dopo molti anni.  Fra i tre personaggi, a quello del  factotum della cittadina, Vértigo,  sono affidati gli accenti più comici e parodistici: interpretato dal bravissimo Alfonso Antoniozzi, Vértigo canta una cavatina che riprende sia nelle parole che nella musica quella rossiniana di Figaro, e una serenata in 3/8 accompagnata dalla chitarra che riecheggia la canzonetta di Don Giovanni. Gli altri due personaggi, Manuelita e Miguel, erano interpretati da Maria Sardaryan e da Pierluigi D’Aloia, (fidanzati nella vita e quindi tra l’altro senza l’obbligo del distanziamento)   bravi entrambi nelle orecchiabili ariette, nei pezzi di insieme e nelle parti recitate.  L’allestimento  prevedeva la rielaborazione per complesso da camera della partitura originale, a cura di Giovanni Piazza, e la versione ritmica in lingua italiana di Vincenzo De Vivo, e si avvaleva di una semplice ma efficace messinscena con strumenti e cantanti disposti  sul medesimo piano teatrale; la regia, dello stesso Antoniozzi, ha sottolineato i richiami rossiniani, specie nella scena di stupore del terzetto finale   (“Si sposò? Perché no!”).  L’orchestra era la Sinfonica Rossini diretta da Marco Guidarini.

Il terzo genere toccato in questa rassegna di “opere  da camera” è stata la serenata teatrale, con Marc’Antonio e Cleopatra di Hasse (9 settembre), protagonisti l’Accademia Bizantina diretta da Ottavio Dantone, e Delphine Galou  e Sophie  Rennert nei due ruoli che furono, rispettivamente,  di Vittoria Tesi detta “la Moretta” e di Farinelli.  Scritta in occasione del compleanno di Elisabeth di Braunschweig-Wolfenbüttel, moglie di Carlo VI d’Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero e re di Napoli, l’opera su libretto di Francesco Ricciardi  fu commissionata dal  “regio consigliero” Carlo Carmignano ed eseguita nel 1725 nel teatrino del “casino” di campagna di quest’ultimo, vicino Napoli.  La trama è priva di eventi veri e propri e racconta degli stati d’animo dei due protagonisti all’indomani della sconfitta di Azio; salvo poi sublimare i propositi suicidi di entrambi nella visione della restaurazione della gloria romana ad opera della coppia imperiale (“Sorgerà nuovo sole….Questi fia Carlo il sovrumano….Sarà compagna una lucente stella……d’Elisabetta il nome illustre…”). Divisa in due parti concluse da altrettanti duetti, la serenata è una collana di bellissime arie (quattro precise ciascun personaggio!)  cucite sulla vocalità dei primi interpreti: irte di passaggi di agilità e turgide di contrasti emotivi quelle di Cleopatra-Farinelli; cantabili ed espressive quelle del Marc’Antonio della Tesi, “voce di contralto dalla forza virile”, come riferiva  Joachim  Quantz. All’italianissima sequela di arie col da capo delle varie tipologie, così come furono stigmatizzate proprio dai compositori di scuola napoletana, si contrappone una sinfonia d’apertura più orientata allo stile francese, con i solenni ritmi puntati e le tirades iniziali, seguiti da una sezione in stile fugato e da una terza parte in tempo di minuetto.  Splendide la Galou e la Rennert, e fantastica l’Accademia Bizantina: Dantone si è dimostrato ancora una volta ideale interprete di questo repertorio, che è capace di valorizzare  in tutti quei vezzi linguistici -appoggiature, ritardi, sincopi, sforzati, finezze di fraseggio- e in quei caratteri stilistici – vitalità ritmica dei tempi veloci, languida cantabilità dei lenti-  che ce lo fanno amare. La drammaturgia è stata ideata da Vincenzo De Vivo; costumi, luci e mise en espace (anche in questo caso cantanti e strumenti sullo stesso piano teatrale, in un allestimento semi-scenico) di Lucio Diana.

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