Joshua Bell torna a Roma con un magnifico concerto alla IUC

In programma Beethoven, Schumann, Debussy e Bartok, per un ritratto completo del grande violinista americano

Bell & Dugan (Foto Federico Priori)
Bell & Dugan (Foto Federico Priori)
Recensione
classica
Aula Magna dell’Università “La Sapienza” di Roma
Bell & Dugan
25 Ottobre 2022

Joshua Bell è indubbiamente uno dei migliori violinisti di oggi ma purtroppo da qualche tempo viene piuttosto saltuariamente in Italia, quindi non si poteva assolutamente perdere il suo concerto all’Aula Magna dell’Università “La Sapienza” di Roma per la IUC, che oltretutto offriva un programma che non soltanto era bellissimo in sé ma per di più metteva in splendida luce tutte le migliori qualità di quest’artista oggi alla soglia dei cinquantacinque anni, quindi nel pieno della sua maturità.

Dapprima la Sonata in la maggiore op. 12 n. 2  di Beethoven, di esecuzione relativamente rara. Fa parte di quelle musiche giovanili di Beethoven che solitamente si definiscono “mozartiane”, usando però l’aggettivo “mozartiano” in senso riduttivo, come se essere avvicinato a Mozart non fosse un grande elogio, a cui pochissimi possono aspirare. Comunque sì, questa Sonata è stata composta ancora nel Settecento ed è mozartiana nell’equilibrio dei due strumenti, che intessono un dialogo paritario e privo di contrasti, che non lascia presagire neanche lontanamente la drammaticità dell’Eroica  e della Quinta.  Joshua Bell e il suo ottimo giovane partner al pianoforte, Peter Dugan non l’hanno spostata né verso Mozart né verso il Beethoven futuro e hanno individuato perfettamente il carattere specifico di questo lavoro giovanile, che si può ben definire un capolavoro, sebbene la personalità dell’autore non sia ancora completamente sviluppataa. Nel primo movimento è una meraviglia come Bell e Dugan intessono il dialogo delicato e fitto tra i due strumenti, che sembrano due amici che passeggiano tranquillamente, chiacchierando in perfetta concordia tra loro con arguzia ed ironia. Nello sviluppo qualche nube tempestosa - che lascia presagire il Beethoven che verrà - si addensa sulle loro teste ma svanisce rapidamente. Nelle ultime battute del movimento Bell e Dugan non si limitano a suonare piano,  come indica Beethoven, ma con un piccolo prodigio fanno svanire progressivamente il suono nel nulla, proprio come fa talvolta Mozart, particolarmente nei suoi concerti per violino: in realtà viene ancora da più lontano, dallo stile galante. In tutta la Sonata Bell affascina con un suono meraviglioso, luminoso, impeccabile, e con una timbrica e una dinamica che si muovono in una gamma ristretta eppure sono sempre varie, perché dosate delicatamente e perfettamente.

A puro titolo di aneddoto citiamo un paio di piccoli inconvenienti occorsi nell’ultimo movimento. Prima si è sentito un leggero tic: Bell ha urtato il leggio con l’archetto nel voltare la pagina dello spartito. Poco dopo un sonoro toc: la punta dell’archetto è scivolata dalle corde ed è andata a battere sulla tavola armonica, un errore storico, da ricordare, perché probabilmente Bell non l’aveva mai commesso e mai più lo commetterà in vita sua!

Seguiva la Sonata n. 2 in re minore op. 121  di Schumann. Fino a poco fa - e in parte ancora oggi - gli interpreti non eseguono volentieri le musiche per violino di Schumann, che secondo alcuni di loro avrebbero il torto di essere poco “violinistiche”, perché sono malagevoli da suonare però non offrono occasioni di redditizi sfoggi virtuosistici. Malagevoli? Bell ha suonato senza lasciar trapelare il minimo sforzo, con una perfezione totale, con una bellezza di suono immacolata, con un controllo assoluto, ora dando voce purissima al canto intimo e profondo proprio di Schumann, ora rispecchiando il suo anelito alla bellezza assoluta, che si può riconoscere nella personalissima e fantasiosa rivisitazione del contrappunto bachiano. La facilità e la perfezione perfino eccessive di Bell mettevano semmai la sordina alle appassionate e tempestose atmosfere Sturm und Drang  di certi momenti.

Dopo l’intervallo si riprendeva con la Sonata in sol minore  di Debussy, ultima del gruppo di tre sonate per vari organici che costituiscono il punto d’arrivo della parabola artistica e umana del compositore francese. Un pezzo bellissimo, che diventa magico col violino di Bell. Ad ognuno dei loro continui ritorni, le brevi cellule melodiche del primo movimento brillavano di infinite piccole rifrazioni luminose. Gli arabeschi del secondo movimento erano elegantissimi e il terzo movimento, dall’andamento libero e virtuosistico, era pieno di vita e quasi gioioso, come lo voleva Debussy: sì pieno di vita, pur sapendo – o proprio perché sapeva – che stava scrivendo la sua ultima musica e che la morte non sarebbe tardata.

Piena di vita, ma per ben altre ragioni, anche la Rapsodia n. 1  di Bartók. Dopo l’introduzione lenta, Bell presenta il ritmo di danza con una grazia, una sinuosità e una sensualità che ci mettono quasi sotto gli occhi le giovani donne (forse zigane) che danno avvio alla danza, cui poi si uniscono gli uomini con un vigore popolaresco anche un po’ rude ma travolgente.

Travolgente è anche l’applauso del pubblico che quasi esaurisce l’ampia platea dell’Aula Magna, cui Bell e Dugan (abbiamo sempre citato il pianista troppo rapidamente, ma è un partner più che ottimo e gli elogi e il successo vanno divisi equamente tra lui e Bell) rispondono con due bis.

Il primo è il Notturno op. 9 n. 2  di Chopin, trascritto dallo stesso Bell. È un modo per esaltare il perfetto legato e la elegante cantabilità del violinista, ma queste trascrizioni sono di un gusto un po’ datato: ne aveva già fatta una Sarasate, ma era il 1876! Il secondo è lo Scherzo-tarantelle op. 16  di Wieniawski, che dà modo a Bell di dimostrare che tra le frecce al suo arco c’è anche il virtuosismo puro. Due pezzi che non trovano spazio nei programmi sempre un po’ seriosi dei concerti, ma che si ascoltano volentieri come bis.

 

 

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