Jesi riscopre Castelnuovo-Tedesco

La prima assoluta in lingua italiana di Aucassin e Nicolette di Maio Castelnuovo-Tedesco inaugura il Festival Pegolesi Spontini di Jesi

Aucassin e Nicolette
Aucassin e Nicolette
Recensione
classica
Jesi
Aucassin e Nicolette
31 Agosto 2019

Al via il Festival Pergolesi Spontini di Jesi, coordinato dalla Fondazione omonima e diretto da quest’anno dal compositore Cristian Carrara. La scelta per la serata inaugurale è caduta su Mario Castelnuovo Tedesco, compositore che gode oggi di una vera riscoperta nelle sale da concerto e negli studi di registrazione, anche grazie alla  pubblicazione degli inediti ad opera delle Edizioni Curci, in collaborazione con il CIDIM-Comitato Nazionale Italiano Musica, a cura di Angelo Gilardino, e con la fattiva collaborazione della nipote DianaNel 2018, in occasione della presentazione della prima biografia italiana (Angelo Gilardino, Mario Castelnuovo-Tedesco. Un fiorentino a Beverly Hills, Edizioni Curci), alla memoria del Maestro sono stati conferiti a Montecitorio il Premio del Presidente della Repubblica Italiana e della Medaglia della Camera dei Deputati. 

    Di origini ebraiche, Castelnuovo-Tedesco come tanti intellettuali della sua generazione fu costretto a trasferirsi negli Stati Uniti per sfuggire alle leggi razziali. Dal 1939, in California, si dedicò alla composizione di musica da film, lavorando per la neonata industria cinematografica di Holliwood, e all’insegnamento, formando decine di musicisti jazz e di compositori di musica da film, tra cui  John Williams ed Henry Mancini.  Nella  sua produzione oltre duecento numeri d’opera, tra teatro, musica sinfonica, vocale e da camera (suoi strumenti prediletti furono il pianoforte e la chitarra), nonché colonne sonore, genere che teneva rigorosamente separato dal resto della produzione.

Il festival ha reso omaggio al compositore non solo nella serata inaugurale del 31 agosto, con la prima assoluta in versione italiana  della ‘cantafavola’  Aucassin e Nicolette, ma anche il 1 settembre, con l’esecuzione della Ballade op. 107 per violino e pianoforte. Scritta nel 1938,  Aucassin e Nicolette fu messa in scena, nella versione originale in francese e grazie alla  cantante belga Suzanne Danco,  per la prima volta solamente nel 1952 al  Maggio Fiorentino;  a questa rappresentazione ne seguì soltanto un’altra in inglese a Beverly Hills nel 1964.

Secondo le parole dello stesso compositore «Aucassin e Nicolette è l’unico esempio rimasto di un genere che fiorì nella letteratura francese intorno la fine del XII secolo  chiamato “Chante Fable” (letteralmente: una storia cantata). È una storia d’amore e di avventura, narrata in sezioni alternate di versi (quando è scritto: Ici on chante, “qui si canta”) e di prosa (quando è scritto: Ici on parle, on conte, on raconte, “qui si parla, canta e narra”); ambientazioni quasi preparate per arie e recitativi intermedi. Mi sono imbattuto in questo testo nel 1919 ed è stato effettivamente il mio primo progetto teatrale; l’ho subito pianificato perché si trattava di personaggi semplici e quasi infantili, come un’opera da camera per cantante (il Narratore), uno spettacolo di marionette (che interpretano la storia) e un piccolo ensemble strumentale (quattro legni, una tromba, arpa e un quartetto d’archi). Ma in quel momento Franco Alfano (il compositore italiano che in seguito completò la Turandot di Puccini) annunciò che stava scrivendo un’opera completa su quell’argomento, e di conseguenza rinunciai al piano. In realtà Alfano non scrisse mai l’opera, e così nel 1938 sono tornato su questo progetto che è sempre rimasto nella mia mente». Nel 1939, quando l’opera  era terminata ed in programma al Maggio di quell’anno, l’autore dovette lasciare l’Italia e il lavoro fu di nuovo accantonato fino all’esecuzione quattordici anni dopo, nel teatro per il quale era stato concepito. 

Il testo originario francese, nella sua varietà ritmica ed espressiva, viene quasi totalmente mantenuto dal compositore e nella versione italiana, a cura di Marco Attura e Cristian Carrara,  ne viene conservata l’aura medievale; la forma musicale è quella di un’opera di piccole dimensioni  per  una sola voce ( a Jesi resa dai soprani Chiara Ersilia Trapani, Evgenia Chislova e dal mezzosoprano Martina Rinaldi) che interpreta i due protagonisti, il narratore e i personaggi secondari,  marionette e piccolo ensemble strumentale. Il Time Machine Ensemble, nato per volontà di Casa Musicale Sonzogno e della Fondazione jesina e formato da giovani talenti tra i 18 e i 26 anni formatisi nei conservatori italiani, ha interpretato con bravura la complessa partitura, che presenta una scrittura modaleggiante  solo a tratti influenzata dalle tensioni e distensioni tonali e anche per questo particolarmente adatta al clima fiabesco dell’opera. Il direttore d’orchestra Flavio Emilio Scogna ne ha saputo valorizzare la ricchezza timbrica, le sfumature dinamiche, gli incantevoli slanci lirici, i passaggi descrittivi; la parte vocale, anch’essa complessa non tanto per il declamato continuo solo a tratti interrotto da spunti tematici, ma soprattutto per la difficoltà di rendere con una sola voce il dialogo di più personaggi e la narrazione, è stata valorizzata anch’essa dalla diversa vocalità delle tre interpreti. 

La leggerezza della scrittura musicale si è incontrata con la poesia dell’allestimento, sapientemente diretto dal regista Paul-Émile Fourny, direttore artistico dell’Opéra-Théâtre de Metz Métropole, teatro con cui lo spettacolo è stato coprodotto. Le deliziose scene di Benito Leonori, con i loro disegni infantili e  le immagini velate hanno dato un sapore evocativo allo spettacolo, introdotto e concluso da due bambine, ideali ascoltatrici di questa fiaba che narra la storia d’amore tra due giovani finalmente uniti solo dopo mille peripezie.  Destino non dissimile da quello dell’ opera stessa, che ha attraversato incolume le dittature e la seconda guerra mondiale prima di poter essere data al pubblico; come amava dire l’autore «sembra quasi che le opere d’arte abbiano un proprio destino, indipendente da eventi umani e politici».

 

 

 

 

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