Il vento di Chicago su Perugia

Sei concerti in tre giorni con i musicisti dell'AACM, tra originalità e alto manierismo

Foto di Oskar Henn (repertorio)
Foto di Oskar Henn (repertorio)
Recensione
jazz
Umbria Jazz
17 Luglio 2009
l fiore all'occhiello di Umbria Jazz 09 è senza dubbio la residenza di un ensemble dell'AACM di Chicago (21 musicisti di generazioni diverse, incluso un Vocal Ensemble di quattro elementi), radunato intorno alla figura carismatica del trombonista George Lewis. Un'idea felice per un festival centrato sul mainstream, anche per la bella formula di sei concerti in tre giorni, alle 17 e a mezzanotte. L'ensemble ha eseguito musiche di otto compositori. Il livello è stato mediamente alto, con la parte del leone fatta dalle donne: i brani della flautista Nicole Mitchell, della violinista Renèe Baker e della violoncellista Tomeka Reid sono stati tra i punti alti della serie, come pure i riff dei pezzi di Mwata Bowden, gli spunti minimali ricchi di energia di Lewis e l'avvincente affresco di Douglas Ewart. Nonostante le diverse personalità, i sei concerti hanno mostrato che il linguaggio della scuola di Chicago ha smesso di essere sperimentazione ed è diventato stile, e in qualche caso alto manierismo: tutti usano le forme estese, la direzione a richiami, l'improvvisazione collettiva, fonti stilistiche diversificate, la dimensione teatrale. Aleggia forte la lezione di Charles Mingus e dell'Art Ensemble of Chicago, di cui questi artisti ripropongono personali declinazioni. Spesso mancano la tensione narrativa e il controllo sulla forma di quei modelli, anche nelle prove più forti e originali (Ewart, Mitchell, Baker), riscattate però da una gioiosità contagiosa del fare musica assente in tanto jazz di oggi, che trova sfogo nella danza del folletto Ewart, nelle sue enigmatiche trottole che hanno chiuso il suo pezzo, nel girovagare umoristico di Lewis sul palco, nell'esuberanza di tutti i solisti. Il nuovo jazz non viene da Chicago, ma l'AACM continua a produrre ottima musica.

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