Il tagliacarte di Luis De Pablo: elegia di una sconfitta

Madrid: la sua ultima opera al Teatro Real

Abrecartas (Foto Javier del Real)
Abrecartas (Foto Javier del Real)
Recensione
classica
Teatro Real di Madrid   
Abrecartas
16 Febbraio 2022 - 26 Febbraio 2022

Non ha fatto in tempo a vedere la sua ultima opera, El abrecartas, Luis de Pablo, scomparso lo scorso mese di ottobre alletà di 91 anni. Commissionato nel 2015 quest’ultimo lavoro dell’anziano compositore spagnolo è infatti andato in scena questi giorni, dopo che il suo debutto, probabilmente anche a causa della pandemia, era stato più volte procrastinato.

Con tutto il sapore di un omaggio postumo, quindi, con questa messa in scena, si consuma sul palco del Real un’importante riflessione che Luis de Pablo, assieme all’autore del libretto (e dell’omonimo romanzo), Vicente Molina Foix, hanno voluto presentare sulla storia della Spagna del secolo scorso, fino alle soglie del nuovo millennio, attraverso le sue figure poetiche più rilevanti, Federico Garcia Lorca, Vicente Aleixandre, Miguel Hernandez: la  Spagna degli sconfitti della guerra civile la cui parola poetica in questo lavoro viene come assumendo tutto il senso di un riscatto.

Il libro di Molina Foix si sviluppa nelle forme di un romanzo epistolare, con questi importanti protagonisti della storia letteraria ed altri di pura invenzione; si sviluppa e si articola con tutta una fitta e complessa rete di connessioni, in cui si mescolano le vicende personali, la passione politica, le passioni erotiche, assieme agli eventi storici, con elementi che si palesano poco a poco, attraverso i testi delle lettere che questi si inviano. Le rivelazioni e le testimonianze che affiorano, anche attraverso freddi resoconti e verbali della polizia politica vengono così delineando il senso compiuto del racconto.

Il libretto tenta di ridurre una trama così articolata ad una serie di scene, relative ad alcuni momenti, in cui la tensione narrativa viene quasi completamente a mancare, ed in cui ciò che viene esposto o ciò che accade, così come l’identità dei personaggi, spesso risultano difficilmente intellegibili. Un’operazione quindi che teatralmente presenta un quadro di aporie di difficile soluzione. La regia di Xavier Alberti risolve abilmente tali problematiche con una conduzione a tratti molto statica, quasi con dei tableaux vivant, alternati a momenti con vivaci dinamiche coreografiche. Mobili cassettiere metalliche da ufficio postale, come tanti parallelepipedi, fanno da sfondo scenografico, come depositi di una memoria impolverata che affiora di tanto in tanto con le sue verità, le sue sofferenze personali, le tragedie della storia.

Gli strumenti che Luis de Pablo viene utilizzando non sono solamente quelli dell’avanguardia da cui proviene. Egli sembra a tratti cogliere aspetti della cultura postmoderna, con una tensione illustrativa, quasi filmica, ed un utilizzo sapiente e disinvolto di una serie incredibile di materiali compositivi, dalle tradizioni popolari, con echi di paso doble, di copla, della musica sudamericana, ma anche con tratti di arcaicizzanti polifonie chiesastiche a cappella, fino a tenui e raffinati discanti. Prezioso il trattamento dell’orchestra, dei timbri strumentali, con preziosi momenti di soli e cadenze. La vocalità segue un rigoroso principio narrativo, attento alla parola, con un recitativo stentoreo: una melopea che poco concede alla dimensione ariosa che nel complesso conferisce all’impianto narrativo una diffusa atmosfera di cupa monotonia.

Teatro musicale che vuole essere di forte impatto, teatro politico, in cui si possono cogliere in alcuni momenti anche gli echi dell’eredità lasciata dal binomio Brecht/Weill, ma che in questo caso sembra voler rinunciare ai toni epici per propendere ad una dimensione più elegiaca e rarefatta, quasi a sancire il senso profondo di una sconfitta, di una Spagna perdente, ripiegata in sé stessa, sopraffatta dalla violenza della dittatura franchista.

Ottima e puntuale la direzione di Fabian Panisello, sia nella conduzione dell’insieme che nel trattare colori strumentali. Pregevole la compagnia di canto, tutta spagnola: convincenti nei ruoli dei poeti protagonisti, il Garcia Lorca del tenore Airam Hernández, il baritono Borja Quiza nei panni di Vicente Aleixandre e il baritono José Antonio López in quelli di Miguel Hernández.

Calorosi consensi con qualche isolata contestazione risentita e animosa, (“fuera, fuera!”, “a la mierda!”) a nostro parere per un fastidio legato forse più nei confronti dei contenuti che della musica), rimbeccate prontamente da chi invece aveva apprezzato il lavoro (“Ignoranti!”).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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