Il sogno di pace di Madina

Alla Scala l'opera balletto melologo di Fabio Vacchi

Madina (Foto Brescia e Amisano)
Madina (Foto Brescia e Amisano)
Recensione
classica
Teatro alla Scala, Milano
Madina
01 Ottobre 2021 - 14 Ottobre 2021

Al termine di un lunga gestazione e di fortunate casualità, Madina di Fabio Vacchi è finalmente arrivata in porto creando una forma di spettacolo a cui è difficile dare un'etichetta, ma davvero coinvolgente. Progettata in origine come opera lirica tradizionale su libretto di Emmanuelle de Villepin (tratto dal suo romanzo La ragazza che non voleva morire), si è modificata in progress e ora è realizzata come opera-balletto-melologo con due cantanti ai lati del proscenio (il mezzosoprano Anna-Doris Capitelli che impersona Madina e l'occidentalizzata zia Olga; il tenore Chuan Wang per il giornalista Louis, lo zio integralista Kamzan e il vecchio nonno); il coro registrato e spazializzato (causa Covid), un attore libero di muoversi (Fabrizio Falco nei panni del giornalista), quattro palchi occupati dalle percussioni, un nutrito corpo di ballo in palcoscenico con l'étoile Roberto Bolle (Kamzan, il demone della violenza) e la prima ballerina Antonella Albano (Madina, la vittima sacrificale), la vera scoperta della serata. La trama racconta di Madina, diventata terrorista per coercizione dopo essere stata violentata, indottrinata, drogata, che all'ultimo si era rifiutata di farsi saltare in aria; un fatto di cronaca su cui deve scrivere il giornalista, sulle prime riottoso poi sempre più coinvolto, fino a innamorarsi della zia della ragazza. A parte questo conclusivo spiraglio di speranza che avviene in scena, tutto si è già consumato; viene evocato dai testi recitati o cantati, che risultano solo assertivi di dolore, di odio, di buoni principi, mentre a sostenere la struttura drammaturgica è l'incisiva coreografia di Mauro Bigonzetti, di discendenza diretta da Pina Bausch. È un continuo alternarsi di gruppi che ora ballano in sintonia ora formano un unico agglomerato, ora di pochi elementi, ora di coppie. Non c'è momento senza una tensione tangibile in scena, dovuta alla fisicità dei corpi unita a una gestualità astratta (ben più incisiva del realismo nel rappresentare la crudeltà), anche se in certi momenti c'è da chiedersi come Antonella Albano riesca a uscire incolume dalla brutalità alla quale viene sottoposta, in specie da Roberto Bolle. La scena essenziale di Carlo Celli permette di proiettare sul fondale immagini di desolazione, di bombardamenti, di incendi che avvengono in un altrove universale, alternandole a linee colorate orizzontali che alludono a più misteriosi grovigli psichici come pure di creare un più tranquillo bar parigino. O di mostrare l'immagine di Madina che danza su un praticabile in alto e un microsecondo dopo farla miracolosamente apparire sul palco.

Motore di tanta complessità è naturalmente la partitura, che si avvale dell'efficace direzione di Michele Gamba, che è riuscito a ottenere un disegno unitario da linguaggi tanto diversi. In certi momenti è addirittura costretto a portare la cuffia degli auricolari per coordinare i dolenti e quasi sacrali interventi del coro registrato. Nel comporre Vacchi è sempre stato attento alle esigenze dell'ascoltatore, lo sa coinvolgere e sorprendere, e anche in Madina dosa sapientemente la complessa stratificazione dei piani sonori. Con altre frecce a suo favore, il ritmo che fa sempre da tramite ai materiali etnici e innerva quasi tutte le scene, gli echi medio orientali, in realtà senza tempo, in contrasto con sonorità più occidentali quando è di scena Parigi. Efficacissimo l'accumularsi in crescendo delle sezioni orchestrali quando viene allestito a vista il bar parigino, la sognante frase iniziale del violino alla quale seguono le percussioni e via via l'organico; in pochi attimi si rimane avvolti in un mondo sonoro più pacato. Che poi ricompare nel finale, coi due cantanti uno accanto all'altra e la vetrata sul fondale con le gocce di pioggia che sembrano lacrime di pacificazione.

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