Il meglio di Club to Club 2019

Reportage dalle ultime due serate di Club to Club 2019 al Lingotto: tra scoperte, delusioni ed epifanie

Foto di Daniele Baldi - Club to Club 2019
Foto di Daniele Baldi
Recensione
pop
Torino, Lingotto
Club to Club 2019
01 Novembre 2019 - 02 Novembre 2019

L’edizione 2019 di Club to Club si è conclusa e il giudizio finale è molto positivo: la qualità generale è stata medio-alta, con alcuni picchi di autentica eccellenza (di cui, in parte, ho parlato qui).

Vediamo di entrare nel dettaglio.

Club to Club 2019, da slowthai a Holly Herndon

Club to Club è anche occasione di incontri e alla fine, per stare in compagnia, si fanno delle scelte diverse da quanto programmato a tavolino: questa introduzione per confessare che non ho visto neanche un secondo delle esibizioni di Flume prima e di Skee Mask poi, preferendo seguire l’esordio italiano del duo britannico RAP e il concerto dei black midi, su cui tornerò.

In apertura di serata bella l’esibizione del canadese Seth Nyquist, conosciuto col nome di MorMor, artista di cui aspettiamo l’album d’esordio, ma sul gradino più alto del podio metto James Blake, di cui ultimamente mi ero un po’ disamorato, capace di un concerto memorabile: finalmente “uscito dalla sua cameretta”, ha proposto un repertorio composto da brani di Assume Form e classici della sua produzione precedente, resi più dinamici grazie all’apporto della band. Luci molto belle e suono all’altezza: concerto impeccabile.

James Blake dallo spleen al mainstream

James Blake (foto di Daniele Baldi)
James Blake (foto di Daniele Baldi)

I black midi, dicevamo: al termine del loro concerto ho sentito un plebiscito di commenti entusiastici ma io, in compagnia di pochi altri “coraggiosi”, non ho condiviso questa eccitazione. Senz’altro bravi tecnicamente, i quattro londinesi mi hanno però lasciato una sensazione finale di fuffa, come quando a scuola i secchioni cercano di atteggiarsi a bulletti senza avere la necessaria cazzimma, come si dice a Napoli.

black midi effetto Rorschach

Sabato, ultima serata e si comincia presto: poco dopo le 21, davanti a una cinquantina scarsa di spettatori, si esibisce la sempre deliziosa Liz Harris, meglio conosciuta come Grouper e ultimamente come Nivhek. La situazione non è semplice ma per un’oretta la Harris riesce comunque a condurci nel suo mondo interiore, fragile ed etereo: tutto il resto è rimasto fuori dalla porta d’ingresso e gliene siamo riconoscenti.

Nivhek, suoni e luoghi di Liz Harris

Al termine si cambia sala, i Chromatics stanno per iniziare la data finale del loro tour europeo. Non aspettatevi obiettività da un fan della prima ora: ho sempre avuto un debole per il gruppo di Portland, mi è sempre piaciuta la loro immagine di taglio cinematografico (ah, David Lynch!), Johnny Jewel è un autentico artigiano della musica e Ruth Radelet, capelli biondi, voce che sussurra testi semplici ma intrisi di inquietudine e nostalgia, è la femme fatale, la perfetta “pupa del capo” vista in centinaia di gangster movie.

Chromatics, 50 sfumature di grigio

Non c’è molto spazio per il nuovo disco Closer to Grey, vengono via via snocciolati i classici, da “Shadow” a “Lady”, da “Tick of the Clock” a “Blue Girl”, il tutto esaltato da giochi di luce e visual sui toni del rosso e del nero. C’è spazio anche per tre cover, “My my, hey hey (Out of the Blue)" di Neil Young, “I’m on Fire” di Bruce Springsteen e la straordinaria “Running up that Hill” di Kate Bush (“You don't want to hurt me, but see how deep the bullet lies. Unaware I'm tearing you asunder, Ooh, there is thunder in our hearts”, lucciconi). Concerto perfetto, totalmente stiloso, nulla da eccepire.

Foto di Andrea Macchia
Foto di Andrea Macchia

Si cambia di nuovo sala, sta per arrivare un uno-due da K.O.

Il primo pugno lo sferra Roberto Carlos Lange che quest’anno ha pubblicato il bellissimo This Is How You Smile con il nome Helado Negro. Canzoni (e che canzoni!) in inglese e in spagnolo (i suoi genitori sono immigrati ecuadoregni), un approccio gentile, un mondo poetico che gronda sentimento, realismo magico tropicale: una delle vette dell’intero festival.

Il secondo pugno, questa volta violentissimo, lo assestano Shabaka Hutchings, Dan Leavers e Max Hallett, ovvero The Comet Is Coming. La loro è stata un’esibizione aggressiva al limite della brutalità, senza un attimo per prendere fiato: il sax di Shabaka non si è lasciato intenerire e ci ha sferzato senza pietà, sorretto da tastiere implacabili e batteria metronomica. Com’era prevedibile, “Summon the Fire” non ha fatto prigionieri. Un solo aggettivo: devastanti.

La cometa di Shabaka Hutchings

Ormai a pezzi, mi affaccio da Floating Points, il tempo di capire che sta menando come un fabbro ferraio – ci sta, sono le 2.15 dell’ultima notte di Club to Club e la gente vuole ballare – e mi ritiro in buon ordine da Romi, la chitarrista degli XX in versione DJ: ritmi meno intensi che comunque hanno dato vita a un set divertente. Il mio Club to Club finisce alle 5 e mi rendo conto che alle 3.45 avrei voluto vedere il concerto di Sophie me ne sono completamente scordato.

Pazienza, quello che volevo vedere sono più o meno riuscito a farlo e posso uscire soddisfatto dal Lingotto. Avevo qualche perplessità iniziale ma devo ammettere che le scelte degli organizzatori si sono rivelate in gran parte giuste e questa edizione mi è piaciuta molto.

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