Il grande passato dell’opera in Danimarca 

Il re e il maresciallo di Peter Heise all’Opera Reale Danese di Copenhagen e Kleopatra di Enna alla Jyske Opera in trasferta a Vejle

Kleopatra
Kleopatra
Recensione
classica
Opera Reale Danese di Copenhagen e Jyske Opera in trasferta a Vejle
Drot og Marsk (il re e il maresciallo) e Kleopatra 
01 Marzo 2019 - 25 Maggio 2019

Che l’opera e più generalmente la musica danese non sia solo Carl Nielsen è ovvio. Meno ovvio è, invece, che le due massime istituzioni musicali del paese scandinavo presentino nella stessa stagione due successi di tardo Ottocento da tempo scomparsi dalle scene composti entrambi per il teatro lirico della capitale. Ed è certamente curioso che anche la Deutsche Oper di Berlino annunci per la prossima stagione una nuova produzione del sulfureo Antikrist di Rued Langgaard quasi a ridosso di quella presentata allo Staatstheater di Mainz nella scorsa stagione. Se gli inossidabili blockbuster lirici per lo più italiani e tedeschi occupano anche qui una parte sostanziale dei programmi, è senza dubbio interessante aprire uno squarcio su un grande passato di un genere che in Danimarca, paese fra i più attivi in campo musicale e non solo nel XIX secolo, ha prodotto numerosi titoli per lo più ignorati al di fuori del paese. 

A dire il vero Drot og Marsk (il re e il maresciallo) di Peter August Heise tanto sconosciuto non è, anche se i suoi periodici ritorni sulle scene danesi non sono frequentissimi dopo la fortunata prima del 1878. Prima di quella presentata in questa stagione nella nuova Opera della capitale danese, l’ultima produzione vista a Copenhagen risale ai primi anni ’90. Tipico prodotto di un’epoca di nazionalismo trionfante, la scelta del soggetto storico sembra anche servire un certo gusto medievalista imperante, nonostante il protagonista non sia davvero un esempio per il popolo: si tratta infatti di re Erik V detto “Klipping” ossia soldo bucato per via della non esattamente granitica affidabilità, ucciso in una congiura di notabili del regno danese il 22 novembre 1286, giorno di Santa Cecilia. Se sulla dimensione storica e politica insiste non troppo il libretto di Christian Richardt tratto dal dramma storico Marsk Stig di Carsten Hauch del 1850, in compenso del re Erik in questione vien fuori benissimo il lato fatuo di impenitente seduttore, una sorta di versione scandinava del duca di Mantova. Già invaghito dalla giovane e fresca Aase, per la quale sospira con poche speranze anche il giovane attendente del sovrano, Rane Johnsen, re Erik non fa in tempo a concludere che già si infiamma per la più matura Ingeborg, che accade essere la consorte del maresciallo Stig Andersen, capo dell’esercito di sua maestà. Di ritorno dalla guerra vittoriosa sui nemici svedesi, davanti alle sue truppe Ingeborg informa il consorte dell’oltraggio subito dal re. Il maresciallo giura vendetta e mette in moto un piano, a dire il vero piuttosto macchinoso, con i congiurati travestiti da monaci che, nonostante qualche contrattempo, va comunque in porto. Morto (ammazzato) il re, viva il re. 

Rinuncia a qualsiasi approccio storicistico, anche nei costumi di foggia ottocentesca firmati da Anja Vang Kragh, lo spettacolo a quattro mani di Kasper Holten Amy Lane, che puntano piuttosto su una certa fluidità narrativa, riflessa nel movimento continuo dei mobilissimi elementi scenici di Philipp Fürhofer, ispirati a una sobria grandiosità. Una scelta che si intona bene con una certa vocazione al grand opéra dell’opera di Heise, generosa di momenti corali e innervata da uno spirito quasi popolaresco, evidente nelle arie che hanno la freschezza dei canti popolari. La regia non scava invece troppo nella drammaturgia, che in più di un tratto appare fragile e non del tutto risolta, soprattutto nel disegno psicologico dei personaggi, spesso bidimensionali (re Erik ma anche il maresciallo Stig così come la coppia “leggera” di Aase e Rane) quando non contraddittori (lngeborg, che attraversa una incredibile metamorfosi da complice civettuola a vittima rancorosa e infine suicida per colpa). 

Fila e molto anche la musica sotto la guida di Michael Schønwandt, gran conoscitore della tradizione danese e di questo Heise in particolare (sua è anche l’unica registrazione disponibile dell’opera), e fa risaltare nell’Orchestra Reale Danese i molti colori e umori della tavolozza di Heise, che in più di un passaggio sembra prendere ispirazione da un certo romanticismo ingenuo del Freischütz di von Weber anche nella distribuzione vocale. In Heise alla coppia drammatica del re Erik, il tenore di wagneriana solidità Peter Lodahl, e Ingeborg, Sine Bundgaard, la cui tempra drammatica esce sulla distanza, fa da contraltare la coppia leggera di Rane Johnsen, il delicato tenore Gert Henning-Jensen, e Aase, la fresca Sofie Elkjær Jensen, cui si aggiunge il maresciallo di un particolarmente ruvido Johan Reuter. Completano la locandina Morten Staugaard (Jakob af Halland), Simon Duus (Jens Grand),Mathias Monrad Møller (Arved Bengtsen) e Teit Kanstrup(l’araldo), che nel complesso confermano l’ottima tradizione danese in fatto di voci. 

 

 

Cleopatra non è solo l’irriducibile ammaliatrice di romani in versione coloniale come tramandato da Shakespeare e dai molti operisti che alla regina dell’Egitto tolemaico dedicarono la loro musica da Händel, Cimarosa, passando per Berlioz e giù fino a Samuel Barber. Guardò piuttosto a una fonte sempre britannica ma molto meno elevata come sir Henry Rider Haggards, prolifico autore vittoriano di fiction storiche (quello delle Miniere di re Salomone e della saga di Allan Quatermain, per intenderci), il danese di sangue siculo August Enna, nipote “d’arte” di un trombettista dell’esercito napoleonico approdato, dopo la rotta di Waterloo, prima ad Amburgo e quindi a Nakskov, nell’isola danese di Lolland, dove si stabilì e mise su famiglia. Destinato a diventare erborista come il padre, il giovane August preferì la vita di Copenhagen e la carriera musicale, conoscendo anche un successo tanto sincero quanto fugace. Un successo fu, secondo le cronache, anche la sua seconda opera, Kleopatra, andata in scena al Teatro Reale di Copenhagen nel 1894 e riproposta oggi in un allestimento dalla Jyske Opera ad Aarhus in tournée in vari centri minori della penisola dello Jutland per numerose repliche. 

Questa Kleopatra, dunque, non contiene tracce di romanità ma i sentimenti forti e la tragedia non mancano di certo. La minaccia alla regina viene in questo caso dai veri discendenti dei faraoni protetti dalla congregazione dei sacerdoti di Iside. Nello specifico, è al principe Harmaki che tocca il compito di eliminare la regina usurpatrice e ristabilire così l’autorità dei faraoni. Lo fa introducendosi a palazzo travestito da interprete di sogni con l’aiuto della schiava Charmion, che lo ama di amore vero. Nonostante le buone intenzioni, Harmaki è folgorato dal fascino di Cleopatra, tradisce la sua gente ma soprattutto i sentimenti di Charmion, che lo denuncia alla regina sventandone i piani sediziosi. Cleopatra fa condannare a morte i faraonidi ma concede ad Harmaki il “privilegio” del sucidio. Se il plot fa pensare al triangolo egizio di Aida, appartenenze sociali a parte, musicalmente siamo piuttosto dalle parti dell’orientalismo decadente alla Massenet anche se nella vischiosità sonora è chiara l’impronta wagneriana. Non mancano i grandi momenti riservati alla primadonna, che rivelano una chiara impronta melodica italiana, e una certa enfatica grandiosità soprattutto nella festa con ballo chezCleopatra del quarto atto, molto intonata alle abitudini francesi imperanti all’epoca. 

In scena, invece, la grandiosità è sacrificata in nome della portabilità nell’allestimento firmato da Ben Baur nella doppia veste di regista e scenografo. Una semplice esedra lignea è l’impianto fisso arricchito da pochi elementi decorativi e soprattutto dall’articolato disegno luci di Anders Poll a suggerire i vari ambienti. Parsimoniosi sono anche i costumi pudicamente esotici di Uta Meenen. Se non fosse per la presenza di uno schiavo seviziato, ucciso e mummificato lungo l’arco dei quattro atti, il segno registico sarebbe pericolosamente vicino alla soglia dell’impercettibilità, limitandosi a gestire entrate e uscite delle piccole masse corali coinvolte e a dare un certo rilievo alle scene dei tre protagonisti. Protagonisti che, nella recita di Vejle, erano afflitti da qualche fragilità vocale, soprattutto la protagonista, Stefania Dovhan, dalla quale Enna pretenderebbe il vigore di un soprano drammatico wagneriano così come per l’Harmaki il carattere vocale sarebbe quello di un Heldentenor, carattere che Magnus Vigilius possiede solo in parte. Se la cava meglio nonostante qualche forzatura Tanja Kuhn come Charmion e fanno il loro dovere i comprimari Lars Møller come Sepa, Jens Bovécome Schafra e Kirsten Grønfeldt come Iras. Offre una buona prova anche il piccolo ma agguerrito Jyske Operas Kor così come la Odense Symfoniorkester, anche se il direttore Joachim Gustafsson non è sempre attento all’equilibrio con la scena e sufficientemente sensibile alle fragilità vocali. Anche nella provincia danese il pubblico non manca e segue con interesse questa riscoperta di indubbio interesse per il patrimonio musicale nazionale.  

 

 

 

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