Il dramma di Kát'a Kabanová

Successo al San Carlo di Napoli per l'opera di Janacek diretta da Valcuha

Kát'a Kabanová
Kát'a Kabanová
Recensione
classica
Teatro di San Carlo di Napoli
Kát'a Kabanová
15 Dicembre 2018 - 20 Dicembre 2018

Kát'a Kabanová di Leoš Janáček al San Carlo con la direzione di Juraj Valčuha e la regia di Willy Decker ripresa da Rebekka Stanzel è vero dramma, per una storia che termina in suicidio e per una musica letta con intelligenza straordinaria e gesto raffinato. Diciamocelo pure: se un direttore come Valčuha sceglie Kabanová come secondo titolo della stagione, dopo i disincanti di Così Fan Tutte, significa che ha un pensiero preciso da proporci. Qui si è lavorato di essenzialità e sfumature, concretezza e poesia. Verrà ricordato in questa stagione per l'ambientazione scura, tetra e malinconica, gli effetti di luce monocromatici di Hans Toelstede riprese da Wolfgang Schünemann e i costumi neri (Erika Eilmes e Sara Berto) - dove il palcoscenico, una sola stanza, diventa contenitore, claustrofobica scatola di legno in continua trasformazione: porte, finestre, passaggi segreti.

 

Anche il pubblico rimane folgorato, perché il soprano Pavla Vykopalová è una protagonista con insuperabile presenza scenica. Piacevole sorpresa, e la voce esce calda con colore pieno, affondi compresi. Veste anche bene gli abiti di Wolfgang Gussmann da moglie perfetta, poi trasformata in peccatrice seducente, semi nuda ma allo stesso tempo fragile e tenera. Tichon Ludovit Ludha, ha canto smagliante con timbro netto. Oltre il lirismo e bellezza melodica la Marfa Kabanová, affidata al contralto Gabriela Beňačková. Ma è la squadra tutta dei cantanti, che esasperano le differenze, creano i dialoghi e aiutano a montare la tensione: Boris Grigorjevič, Misha Didyk - Savël Dikoj, Sergej Kovnir - Varvara, Lena Belkina - Vana Kudrjás, Paolo Antognetti - Kuligin, Donato Di Gioia - Glasa, Sofya Tumanyan - Feklusa, Francesca Russo Ermolli. L'assunto della regia di Stanzel, straniata, smarrita, che culmina nel simbolismo uccello-libertà, ha un legame strutturale e coerente con la direzione musicale, ma non rinuncia ad inserimenti immaginari. Ad esempio alla fine del secondo atto la suocera che compare sullo sfondo, assume forse troppa importanza, quando invece sono i rapporti umani in generale che qui sono analizzati.   

 

Massiccia e di sonorità penetranti suona la Kabanová di Valčuha. Dove il timbro diventa la forma che guida, separa e unisce pensieri, luoghi, sentimenti. Controcorrente rispetto al piglio meno irruente con cui egli affronta compositori mitteleuropei, con contrasti timbrici, velocità e sfumature: nelle parti strumentali enfatizza le linee scure dell'orchestra, nei dialoghi gli accompagnamenti ritmici insieme alla fluidità dei disegni melodici e le sonorità della lingua ceca. Non manca l'incisività degli ottoni e col coro sullo sfondo diretto da Gea Garatti dai begli impasti, non immacolato nell'intonazione, è sempre prudente. Quest'opera con il lavoro degli ultimi anni, restituisce ciò che al San Carlo non vedevamo più: un vero progetto musicale, costruito, mirato ma anche un'idea di teatro sperimentale, moderno, profondo che si basa su stili musicali per cui Valčuha scopre identità originali, uniche. 

 

 
 

 

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