Idomeneo metafisico a Bologna

L’inaugurazione della stagione lirica con Roberto Abbado sul podio e la regia di Bauduin

GD

26 gennaio 2026 • 4 minuti di lettura

Idomeneo (Foto Andrea Ranzi)
Idomeneo (Foto Andrea Ranzi)

Bologna, Comunale Nouveau

Idomeneo

24/01/2026 - 01/02/2026

La nuova sovrintendenza di Elisabetta Riva e la nuova direzione artistica di Pierangelo Conte hanno inaugurato la stagione lirica del Teatro Comunale di Bologna nel solco del poco frequentato Idomeneo di Mozart (nel capoluogo emiliano l’opera ha debuttato solo nel 2010). Innanzitutto, è giusto concedere un plauso alla direzione del teatro per aver saputo orchestrare alla perfezione un terzetto composto dal concerto mozartiano inaugurativo della stagione sinfonica, quel “Verso Itaca” scelto come nome per la stagione operistica (il riferimento è al ritorno nel 2027 nella sede storica del teatro, attualmente confinato agli spazi provvisori del Comunale Nouveau) e infine il melodramma che l’ha aperta, ambientato proprio all’indomani della mitologica caduta di Troia e presentato in una nuova produzione sommariamente gradevole. 

La regia è stata firmata da Mariano Bauduin, che si è imbarcato in un autentico viaggio nell’inconscio dell’opera, proponendo una messinscena metafisica e psicologizzante. Il talento registico di Bauduin è ben evidente, così come lo studio certosino effettuato congiuntamente sulla componente narrativa e su quella musicale (fatto per nulla scontato); tuttavia, si ha avuto l’impressione che le numerose e cerebrali intuizioni dell’autore spesso non si siano concretizzate in delle forme altrettanto convincenti. L’eleganza e l’intensità visiva dei quadri presentati, talvolta raffinati in sospensivi tableaux vivants, è stata infatti ostacolata dall’accumulo di strutture mobili e di elementi grafici e simbolici disseminati sul palcoscenico, i quali, seppur intriganti se osservati singolarmente, una volta messi insieme hanno prodotto l’effetto di una confusa e cervellotica cripticità. Inoltre, si è deciso di ripristinare il ballabile finale che, a mo’ di scena dopo i titoli di coda, è diventato il presago racconto del mito del filo di Arianna, con il risultato di estendere eccessivamente la durata di un’opera comunque già lunga e abbastanza pesante di per sé. Comunque, è evidente che il libretto di Giambattista Varesco, ridondante e per nulla vario, dinamico e avvincente, porti in dote alcuni limiti che si riflettono inevitabilmente su ogni sua eventuale messinscena; pertanto, sarebbe ingiusto condannare totalmente la regia di Bauduin, in fin dei conti parecchio propositiva e accompagnata dagli ottimi risultati estetici raggiunti da Dario Gessati (scenografie), Marianna Carbone (costumi) e Daniele Naldi (luci). È indubbio, però, che permangano parecchie perplessità, soprattutto in merito alle coreografie (Miki Matsuse van Hoecke) e alla scelta generale di puntare spesso sulla stasi, a fronte di una trama già statica di per sé. 

Sul versante musicale, a svettare in una compagine canora ben assortita sono state Francesca Di Sauro e Mariangela Sicilia, che ormai costituiscono una rodatissima e diligente coppia mozartiana (appena un anno fa trionfavano al Nouveau in Così fan tutte) e il desiderio di vederle assieme in tante altre produzioni (non necessariamente al servizio della musica di Mozart) si fa sempre più ardente; Idomeneo ha rappresentato per entrambe un debutto – felicissimo – con i rispettivi personaggi. Di Sauro (Idamante) ha dimostrato di aver raggiunto un livello tecnico e interpretativo ragguardevole: il timbro corposo e lo strumento intonato le permettono di esibire tutta la ricchezza della sua vocalità mezzosopranile; intensa nel registro centrale e al tempo stesso risonante e soave in quello acuto, è riuscita a tratteggiare con gusto musicale e concretezza scenica tutte le sfumature caratteriali del principe di Creta e senza mai rinunciare a qualche variazione di grande effetto. Mariangela Sicilia (Ilia) ha scoperto un incisivo equilibrio musicale e scenico con la collega (bellissimo il loro duetto nel terzo atto), scolpendo la principessa troiana nel solco del rapporto tra ansioso tormento amoroso e dignitosa caparbietà d’azione; la voce pregiata e straordinariamente disciplinata (magnifico il suo “cantare sul fiato”, quasi da equilibrista) non smette mai di sorprendere, anche nelle rare e trascurabili occasioni in cui l’emozione prende il sopravvento, così come la rotondità del timbro le concede di alternare credibilmente aure di tenero candore e roghi di tragica emotività. Nel ruolo del titolo, un convincente e solido Antonio Poli, tenore dalla voce generosa per emissione e intonazione, dalla sicura e gagliarda presenza scenica e dalla notevole dizione. Salome Jicia ha catturato tutta la frustrazione rabbiosa di Elettra, con picchi di apprezzabile istrionismo (sebbene talvolta a discapito dell’intonazione) e devozione interpretativa, mentre Leonardo Cortellazzi si è dimostrato scenicamente autorevole e vocalmente robusto. Xin Zhang (Gran Sacerdote) e Luca Park (Oracolo di Nettuno) completavano il cast con professionalità, mentre gli interventi del compatto Coro del Comunale preparato da Gea Garatti Ansini si sono rivelati adeguati e puntualmente tragici. 

Sul podio dell’Orchestra del Comunale, in ottima forma e di cui si sono ammirati gli interventi di ogni reparto, l’esperto Roberto Abbado ha adottato una conduzione ben conscia di tutti i segreti drammaturgici celati nella partitura, la quale è stata esaltata nel dialogo inquisitorio tra archi e legni e nella proporzionata gestione delle dinamiche, nonché nell’equilibrio incontrato dal direttore con il palcoscenico. 

Il numeroso pubblico della prima ha rivolto calorosi tributi a tutti gli interpreti, con ovazioni per Sicilia e Poli e con un immancabile applauso ritmato finale, che ha certificato il successo di questo nuovo allestimento.